L’altra sera mi è capitato sotto gli occhi un post su un argomento che avevo sempre evitato per la sua inconsistenza. Il problema è che il web e più in genarale l’opinione pubblica sono pieni di robe inconsistenti e quindi prima o poi sei costretto ad occupartene. Un po’ come le mosche: uno vorrebbe dedicarsi ad altro invece di corrergli dietro con l’acchiappamosche, ma quelle ti ronzano attorno! L’argomento-mosca è la decrescita: per quei pochi che non si fossero ancora imbattuti in questa nuova moda si tratta di quella teoria che paventa la catastrofe fisica e morale del pianeta a causa dell’aumento forsennato dei consumi e conseguente esaurimento esaurimento delle risorse. Mi aspetto che qualcuno mi controbatta che in realtà la teoria della decrescita è più raffinata, ma mi assumo la responsabilità di replicare che invece è proprio così e basta, non c’è nessuna complessità di esplorare: si tratta di arretrare nello sviluppo. Basta uno studente di economia al primo anno per ricordare al massimo teorico della teoria della decrescita Latouche e ai suoi epigoni che i consumi sono una componente della domanda: fai diminuire i consumi e, a investimenti, spesa pubblica e domanda estera invariati (che sono pure essi “depredatori” dell’ambiente), diminuisce pure il reddito. Che poi sarebbe quella torta che si divide tra salari e profitti: scommettiamo che la fetta dei profitti rimane uguale e si assottiglia solo quella dei salari? Perché vede, Professor Latouche, se decidiamo di non comprare più le automobili perché andare con il calesse è più figo, poi Marchionne il modo di di accontentare chi gli paga il suo lauto stipendio non se lo deve nemmeno inventare, ce l’ha già ed è collaudato : licenzia un po’ di gente e in primis quelli della FIOM, che hanno in fronte il cerchietto rosso per essere impallinati all’occorrenza. Ma le dirò di più, Monsieur Latouche: se fossi nei panni dei nove decimi della popolazione più povera del mondo io mi risentirei parecchio. “Ma come siete buoni!” direi “Ma il nostro turno non arriva mai? Proprio adesso che stavano sbocciando un po’ di primavere dei popoli in giro vi ricordate che bisogna ridurre i consumi?”. Perché vede, monsieur, questo pianeta non consuma troppo: consuma poco! Anzi muore di fame! Solo una piccola frazione è opulenta, il resto del pianeta ha poco da decrescere. E se si verificasse finalmente il sogno dell’umanità di pane e lavoro per tutti in tutti gli angoli del mondo gli effetti di una decrescita dei consumi di quei pochi che ne hanno fatto abbuffata sarebbero risibili. Ma lei, professor Latouche, profetizza l’apocalisse. Questo è l’unico punto su cui siamo d’accordo: manca poco all’esaurimento delle risorse energetiche e questa terra l’abbiamo già ridotta un immondezzaio. Ma se le sue profezie sono azzeccate c’è poco da teorizzare la decrescita, può fare a meno di pubblicare altri libri: sarebbe un destino imposto, non una scelta. Ma gli uomini l’hanno sempre fatta franca da tutte le gufate millenaristiche e ce la può fare anche stavolta, sicuramente non grazie alla decrescita, ma al suo esatto contrario: la Green Economy. Che a dispetto di una falsa “narrazione” non è per niente bucolica: è invece ad alto contenuto tecnologico, sfrutta il risultato di avanzate ricerche, è figlia del progresso, non della nostalgia delle caverne. Occorrono infatti sofisticate tecnologie per sfruttare le fonti di energia rinnovabili, molto più progredite di quelle utilizzate finora per fare i buchi nel suolo alla ricerca del petrolio. Capito, professor Latouche: il progresso ci ha trovato una via d’uscita, non il regresso al parco, misero, severo medioevo. E richiamo la sua attenzione anche su un altro tema che credo lei consideri inessenziale: lasua teoria della decrescita non intacca minimamente i meccanismi di distribuzione della ricchezza. “Chiù miseria pe tutti” potrebbe far dire a Cetto Laqualunque qualora accettasse di farle da testimonial. Solo che i ricchi non muoiono se diventano un po’ più poveri, i poveri invece sì. Ma lei su questa problematica non interviene, forse si ferma con l’immaginazione ad una verde valle in cui pascolano mucche e pecore, ma noi che siamo di sinistra non perdiamo mai il vizio: ci chiediamo di chi sono quelle bestie. Ecco perché ci piace di più la Green Economy: perché, al contrario della sua teoria che non investe i rapporti di dominio e sfruttamento, dà una speranza di equità o quanto meno una leva su cui agire per portare finalmente su questa terra giustizia sociale. Le fonti di energia tradizionali infatti sono nelle mani di pochi che di fatto dominano il mondo, mentre le rinnovabili sono diffuse e possono essere messe in rete (sempre grazie al progresso scientifico). Ognuno infatti può implementare un impianto e garantirsi l’autosufficienza energetica, anche la piccola fattoria o l’impresuccia: addio Sette Sorelle e re dei barili di petrolio. Ma bisogna ancora fare ricerca per ottenere questo e poi se ne dovrà fare ancora e ancora e ancora. Perché non sarà idilliaco nemmeno questo nuovo mondo e dovremo riparare i suoi guasti e così all’infinito fino a quando lo schianto di una meteora mettera fine alla nostra specie. Ma fino ad allora vorremo sempre scenari nuovi in cui misurare il nostro ingegno: il passato e le sue miserie li abbiamo conosciuti già: non ci sono piaciuti, altrimenti eravamo ancora lì.







Come si possa pretendere di consumare sempre più suolo,aria,acqua,petrolio,etc.etc. in un mondo che è finito e crearvi sempre più figli è veramente da ciechi o da irresponsabili. Oggi il problema volenti o nolenti è come gestire la decrescita.