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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

pubblicata da Lucia Delgrosso il giorno sabato 14 gennaio 2012 alle ore 20.28

La chiamano Green Economy e tutti pensano ad un’economia ecosostenibile, ad un po’ di rispetto per l’ambiente, ad un po’ di attenzione per il posto in cui dovranno vivere i nostri figli. Qualcuno pensa anche che sia un modo per rilanciare l’economia e creare un po’ di posti di lavoro. E già solo per questo il PD ha fatto ad interrogarsi sulle sue prospettive dedicando a questo tema parecchie iniziative a livello nazionale e sul territorio. Di più: se ne parla anche come terza rivoluzione industriale. Ed anche questo è corretto: passare dal petriolio alle fonti rinnovabili è un bel salto. Ma la Green Ecomomy non è solo un cambio di paradigma economico. E’ anche una trasformazione antropologica. L’uomo che cambia ancora una volta pelle. Come l’uomo moderno che fece la sua muta liberandosi dei dogmi e dei pregiudizi dell’uomo medievale. Come l’uomo postmoderno che ha abbandonato la fiducia nel futuro dell’uomo moderno e va alla deriva nel mare caotico della globalizzazione. Cambieremo ancora una volta pelle. Ma sarà forse un ritorno alle nostre radici: riaffiorerà uno strato di pelle profondo, che millenni di tecnica avevano avvizzito. Tekne: gli antichi greci chiamavano così il dono che Prometeo fece agli uomini insegnando loro ad accendere il fuoco. Popolo intelligente, ma sospettoso: diffidavano sempre dei regali. Gli Ebrei no: il Signore regalò loro la Terra e disse che ne potevano fare quello che volevano. E loro se la presero e la sfruttarono: Dio me l’ha data, ne sono signore e padrone. E fu per quel malinteso che gli uomini nel corso dei secoli trivellarono, sventrarono, intossicarono fino a ridurre la Terra ad una groviera avvelenata. Se gli uomini invece avessero conservato il buon senso degli antichi greci si sarebbero trattenuti: nei loro miti Prometeo finisce incatenato su una roccia condannato a farsi divorare in eterno il fegato da un’aquila. Non è un bell’esempio di gratitudine, non si ricambia così l’uomo che rubò il fuoco agli dei per liberare gli uomini dalla ferinità e iniziarli al progresso. Ma non è questo il significato profondo del mito, che era un monito ed un presagio: fate attenzione ad usare la tecnica, è una bella roba, ma può essere anche la vostra rovina. E se erano così sospettosi nei confronti della tecnica è perché loro avevano uno sguardo diverso sul mondo rispetto agli Ebrei. Perché si collocavano in un luogo diverso rispetto a loro: il popolo biblico “sulla” Terra, come dominatori; i Greci “nella” Terra, come semplice sua specificazione. E’ diverso se guardi alla Terra come materia senza anima, o pensi al contrario che sei fatto della sua stessa materia e animato dal suo stesso spirito. E’ diverso se pensi che la calpesti o se invece senti di essere solo una sua propaggine. Cambia la prospettiva: ne hai cura come di te stesso. E noi siamo eredi degli Ebrei, eredi insensati e sperperatori, ma negli strati profondi della nostra coscienza c’è anche un po’ di quell’uomo greco che ci rimprovera. E per andare avanti bisogna guardare anche un po’ indietro e cercare quello che ci può servire per proseguire. Ci serve quello sguardo lì, meno arrogante e più in pace con l’universo. E’ lo sguardo che ci serve per promuovere la Green Economy: non solo terza rivoluzione industriale, ma anche rinascita culturale.

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