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Piazzese: «Gli scafistisono i kapò dei nostri tempi» – Immigrazione – l’Unità.

Immigrati, tragedia in Tunisia

Le tragedie nel Canale di Sicilia si susseguono con incredibile regolarità, ormai il Mediterraneo è un cimitero, triste teatro di vite spezzate, di persone che scompaiono nelle sue acque. Buttate in mare da scafisti senza scrupoli. Storie drammatiche ma anche misteriose. Sembrano trame per noir, ma in questo caso la realtà è più forte di qualunque invenzione letteraria. Abbiamo chiesto allo scrittore Santo Piazzese, uno dei narratori più importanti del panorama letterario contemporaneo (famosi i suoi gialli ambientati a Palermo), di immedesimarsi in quel contesto.

Qual è la prima sensazione che prova quando legge sui giornali o ascolta in tv queste storie? «Immedesimarmi in quel contesto, mentre sono nell’ambiente confortevole di casa mia, mi riesce difficile. Dovrei trovarmi con loro, sopra una di quelle barche. Ma questo credo che valga per tutti. Per il resto, c’è un altro dramma che si aggiunge alle tragedie ormai quotidiane degli sbarchi: paradossalmente, la loro frequenza ne indebolisce l’impatto sulle coscienze. Siamo più sensibili ai casi singoli, che hanno un volto, che alle grandi tragedie collettive, che sono quasi sempre anonime».

Vi sono storie che appaiono gialli, tragicamente violenti. Viene subito in mente la vicenda dei poveri migranti che sarebbero stati bastonati dagli scafisti, per impedire loro di uscire dalla stiva, colpiti mortalmente. Proprio ieri il gip del tribunale di Agrigento, Alberto Davico, ha convalidato il fermo di sei uomini, due di loro sono accusati di omicidio… «Gli scafisti sono la moderna interpretazione del ruolo dei kapò nei campi di sterminio nazisti. La loro estrazione, infatti, è spesso simile a quella dei loro “clienti”.Il più delle volte, nello schema complessivo dell’“impresa”, essi sono solo la manovalanza chiamata a fare il lavoro sporco. Quelli che si arricchiscono oltre ogni limite sono altri, che non compaiono. Credo che prima o poi, quando ne sapremo di più, avremo delle sorprese».

Altre storie, altri drammi. Cosa vi è dietro il percorso di un migrante, che partito dall’Africa su un barcone, spinto dal sogno di giungere in Europa, si avventura in questa odissea? Quali speranze, quali illusioni? «Più che un sogno, lo chiamerei un tentativo d’uscita da un incubo. Nell’era della comunicazione globale, è impossibile che chi accetta di imbarcarsi per un viaggio come quelli di cui parliamo non sappia il tipo di rischio a cui va incontro. Le immagini o le notizie sulle centinaia e centinaia di morti nel canale di Sicilia e, prima ancora, nella traversata dei deserti per arrivare ai punti d’imbarco, sono conosciute anche negli angoli più remoti dei loro territori di partenza. Se, ciò nonostante, fanno di tutto per partire, che razza di realtà è quella che si lasciano alle spalle? Barattano una tragedia certa, con una solo potenziale».

In una vicenda simile, quale meccanismo interiore si inceppa? Può provare a descrivere il turbinio contrastante di emozioni che pervade l’animo umano in quel frangente? «Nei sopravvissuti, mi sembra che predomini sempre un senso di fatalità ineluttabile, da tragedia greca. Ma forse è solo una mia impressione…».

Quando un migrante, alla fine di un lungo ed accidentato percorso, sbarca a Lampedusa o sulle coste della Sicilia del Sud, cosa prova? «Dipende da quello che succede dopo. Se gli dicono subito che lo rimandano a casa non può che prevalere la disperazione. Ma so di persone che hanno fatto il viaggio più di una volta. Sperando sempre che la successiva fosse quella buona. La prima reazione, ovviamente, è la gioia e il sollievo per avercela fatta. Li abbiamo visti tante volte».

E Piazzese che idea si è fatta della triste condizione degli immigrati. Ed in particolare cosa funziona e cosa non funziona della legge italiana su tale delicato argomento? «Per fortuna, non tutti gli immigrati vivono una situazione triste. Quanto meno, non più triste di quella degli italiani di simile condizione socio-economica. Specie quelli arrivati da molti anni e che hanno un lavoro regolare, non in nero. Ce ne sono molti, più di quello che si crede. L’aspetto che mi sembra più occhiuto, dell’attuale legislazione italiana, è la burocrazia: le code davanti alle questure, le vessazioni per ottenere un documento che spetta di diritto, gli errori, spesso evitabilissimi, ma che fanno perdere giornate intere. Le regole assurde, per le quali il figlio nato in Italia di un immigrato ha gli stessi diritti di un italiano fino al conseguimento del diciottesimo anno d’età. Poi, se non possiede certi requisiti, può anche diventare un clandestino: nel paese in cui è nato, che ama, di cui conosce la lingua, spesso meglio dei nativi, e del quale, nella maggior parte dei casi, rispetta le regole della convivenza civile. Va cambiata. E, di là dagli aspetti legali, un governo degno di rispetto non dovrebbe mai tollerare che un proprio rappresentante usi nei confronti degli immigrati il linguaggio rozzo e criminogeno che sta avvelenando il nostro paese. Che anche la tragedia norvegese ci insegni qualcosa».

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