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IL MANIFESTO.

di Loris Campetti

Bisogna fare attenzione a non tirare troppo la corda, perché, come insegnano i rudi riti padani, a volte capita che il gioco della fune finisca male, e tutti giù per terra. Può capitare anche in altri ambiti, persino dentro il più forte sindacato: la Cgil. Sarebbe difficile dire ai lavoratori che per primi si sono messi a soffiare sulle nuvole per liberare l’orizzonte, contaminando tutte le componenti vive della società fino a determinare un forte vento di cambiamento, che era solo uno scherzo.

Cari compagni di Pomigliano e Mirafiori in lotta per la difesa della vostra dignità e del diritto a scioperare e ammalarvi, cari metalmeccanici che vi battete per i contratti e la democrazia per tutti, carissimi studenti che vi siete ripresi le università, i tetti e le piazze per rivendicare una scuola pubblica non classista, cari precari di ogni ordine e grado che non vi piegate agli attacchi dei Brunetta e Marchionne di turno, care donne che rifiutate l’immagine di genere vomitata dai palazzi e dalle camere da letto del potere e da un’informazione monopolizzata: la ricreazione è finita. Chiedetelo a quelli della Val di Susa, se non ci credete.
Ieri si è riunito il direttivo nazionale Cgil per discutere l’ipotesi di un avviso comune con Confindustria, Cisl e Uil che oggi potrebbe essere formalizzato. È un testo i cui contenuti vengono centellinati e su cui la segretaria Susanna Camusso ha chiesto una delega – praticamente in bianco, non essendo noto in tutti i suoi punti il protocollo – all’organismo decisionale di Corso d’Italia. Da quel che è trapelato, questo testo è l’opposto della richiesta di democrazia che prorompe dai posti di lavoro e penalizza la partecipazione democratica madre dei risultati straordinari della primavera: dalla liberazione di tante città dal giogo berlusconiano alla vittoria referendaria con cui si è sancita la priorità dei beni comuni sui profitti privati. Mentre si contesta una legge elettorale porcella che impedisce ai cittadini di scegliere da chi essere rappresentati, si vorrebbe formalizzare il divieto dei lavoratori a votare accordi e contratti che riguardano la loro vita. Al loro posto deciderebbero i sindacati, ma solo quelli in linea, firmatari degli accordi a perdere.
Si parla di «tregue», cioè del congelamento ad libitum del diritto di sciopero. Si parla, sotto falso nome, di derogabilità dei contratti nazionali, sostituibili con quelli aziendali, magari strappati con il ricatto «lavoro in cambio dei diritti». Si capisce che ieri la Fiat abbia auspicato una felice e rapida conclusione del confronto comune tra quella Confindustria da cui minaccia di uscire, i sindacati complici e professionisti negli accordi separati, e una Cgil da ricondurre finalmente a ragione, liberata dalle pretese democratiche della Fiom.
È difficile credere che la Fiom, diventata nell’ultimo anno un riferimento generale come dimostra la inedita partecipazione attiva alle feste appena concluse per i suoi primi 110 anni, possa essere immolata dalla Cgil sull’altare di una normalizzazione delle relazioni sindacali che sarebbe foriera di pericolosi temporali. Chiamare tutti a raccolta per liberarsi di Berlusconi, per poi spiegare che però bisogna tenersi Marchionne e piegarsi alla sua filosofia, sarebbe una scelta suicida. L’unità sindacale è un obiettivo centrale, chi potrebbe negarlo? Ma l’unità va costruita dal basso, nel rapporto con i lavoratori – con i cittadini, nel caso della politica che ha assistito quasi passivamente al cambiamento del vento, salvo tentare di mettere il cappello su risultati che non le appartengono. Uniti con chi? Per esempio con i 30 mila giovani che hanno partecipato alla serata costruita con Michele Santoro e la sua equipe il 17 giugno a Bologna, alla festa della Fiom.
Mentre si pone il problema di rappresentare chi non ha rappresentantanza, che è la questione centrale per un sindacato proiettato verso il futuro, sarebbe paradossale toglierla a chi ancora ce l’ha. Questo sarebbe l’esito di un accordo contro natura siglato dalla Cgil, alla faccia della democrazia, della partecipazione, delle leggi e della Costituzione, di tante sentenze dei giudici che danno ragione alla battaglia della Fiom. Il governo, come fanno gli avvoltoi, aspetta il cadavere del nemico per spolparlo. Cioè per trasformare l’avviso comune in una legge truffa. Tutti d’accordo nell’invocare «l’unità», come ai tempi di Pomigliano, tutti pronti a dare consigli e lanciare anatemi ai presunti irresponsabili. La Cgil deve chiarire se ritiene la Fiom una risorsa o un problema. La firma di quell’accordo sarebbe la risposta peggiore.

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