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Ad Arcore come a Spoon River – l’Espresso.

di Marco Damilano

Il berlusconismo tramandato ai posteri, in forma di poesie umoristiche: è l’ultimo libro di Marco Damilano, inviato di politica dell’Espresso. Che racconta con ironia il crepuscolo di un impero e della sua corte. Ecco, ad esempio, che cosa ci diranno dall’Aldilà la Santanchè e Bossi

(24 maggio 2011) Il berlusconismo tramandato ai posteri: in forma ironico-poetica e parafrasando Edgar Lee Masters. E’ la “Spoon River di Arcore”, scritta dal giornalista de “l’Espresso” Marco Damilano, in uscita in questi giorni per Aliberti.

In tutto, nel libro, sono cinquanta i personaggi che descrivono la loro storia accanto a Lui, il Premier: ambizioni, paure, frustrazioni, debolezze, odi e amori. Mescolando la realtà, interviste, dichiarazioni, confessioni, intercettazioni, alla fantasia. Ne viene fuori il ritratto del ventennio berlusconiano, raccontato in prima persona da chi lo ha vissuto da vicino, “il miracolo italiano a lungo promesso e mai realizzato: non farci mai crescere, eterni bambini a giocare con Lui”. Insomma l’antologia di un impero arrivato al suo crepuscolo. Qui di seguito, anticipiamo due capitoletti del libro: quello dedicato a Daniela Santanchè e quello su Umberto Bossi.

La Crudelia
Sveglia, ragazzi, ma dove avete vissuto finora?
A me piacciono le persone che nella vita hanno mangiato filo spinato.
Io ne avevo divorato e poi risputato.
Papà mi aveva educato alla vita, senza talco e senza regali.
Una volta che ero partita per l’Inghilterra me la fece pagare.
Mi mandò a pulire ogni sabato otto bagni dei camionisti.
Piangevo e pulivo, ma non mollai mai.
Giurai che da allora in poi sarebbero stati gli uomini i miei sguatteri.
Il mio primo marito era un chirurgo estetico,
a lui strappai le chiavi della bellezza,
un ritocco al naso e il cognome, non glielo restituii più.
Per festeggiare feci stampare una maglietta: sono di plastica al cento per cento.
I politici li conobbi in seguito, erano peggio dei camionisti.
Ominicchi, con la loro vanità,
i loro cazzettini con cui sperano di dominare il mondo,
le loro palle di velluto.
Come quello stronzetto che mi aveva portato in Parlamento e che umanamente era una merda, a differenza di me, si capisce.
Ci pensai io a metterli in posizione orizzontale.
Strisciavano soggiogati, impauriti, davanti a me, Daniela-Crudelia.
Li squartai, come se fossero un ossicino di pollo,
con il mio inconfondibile stile:
tacchi spioventi, dita alzate e chiome virili,
barche, Aston Martin, Billionaire,
dodici tate per il mio adorato bambino, una carrozzina da quattro milioni.
Solo Lui mi sembrò valere qualcosa. Lui che camminava sui trampoli,
per sembrare più alto dei nanetti che lo circondavano, come me,
che era insieme morbido e tagliente, uomo e donna. Come me.
Via le mammole, i bavosi, le troiette.
Restammo io e Lui, che parlavamo la stessa lingua.
Ma sbagliavate tutti a guardare al mio corpo.
Non erano le tette,
era l’anima che avevo siliconato,
per renderla indistruttibile.
Nessuno, riuscì a toccarmela, l’anima, intendo.

L’Alleato
BerlusCoso, BerlisCone, BerlusKaiser, BerlusKaz,
un povero pirla, col parrucchino e la plastica facciale.
Il tubo vuoto qualunquista,
la costola del vecchio regime,
una volpe infida pronta a fare razzia,
un palermitano che parla meneghino,
spedito a fregare il Nord,
impomatato tra le nuvole azzurre.
Dissi di no al suo maleficio,
in canotta andai da Lui
e gli chiesi: come hai fatto i soldi?
Comprava i miei uomini
e io lo buttai giù.
Minacciai di andare di notte ad arrotolare
i bei prati all’inglese delle sue ville
e gettarli nel Lambro.
Noi abbiamo due pallottole, una per i nemici, una per gli alleati, gli dissi,
scegli tu quale delle due vuoi assaporare.
Fui io l’unico a rovesciarlo,
a fargli mangiare la polvere.
Io che conoscevo l’imbroglio,
che come Lui non sapevo che fare della parola data,
Lui con i suoi miliardi si era inventato i cieli azzurri,
io avevo fatto di più, senza un giorno di lavoro nella vita avevo creato la Padania.
Lo tenevo in pugno,
questo piccolo Peron della mutua,
solo di me aveva paura.
Le mie urla ancora lo spaventavano,
quando mi addormentai,
per il Lungo Sonno.
Mi risvegliai,
me lo trovai di fronte,
che mi sorrideva.
Pensai di essere all’Inferno,
perché quello lì
non l’avrebbero mai preso
neppure in Purgatorio.
Invece era una sorte peggiore:
era il suo Paradiso,
con i diavoli in doppiopetto,
le diavolesse in reggiseno vestite da poliziotte,
anch’io in mezzo ai suoi cieli,
zuccherosi da fare schifo.
Ora era Lui che mi teneva per mano,
aveva conquistato
il Carroccio.
«Non devi più temere nulla»,
mi rassicurò,
«ci sono qui io».
Il mio corpo fece fatica a rispondergli,
ma da qualche parte di me
qualcosa ruggiva ancora:
BerlusKaiser, BerlusKaz…

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