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La Gazzetta del Mezzogiorno.it | «È morto di cancro a causa di quel lavoro».

di Giovanni Longo

BARI – C’è molto più di un semplice collegamento tra il cancro ai polmoni che lo ha colpito e ucciso e l’attività di operaio svolta per circa trent’anni all’interno della ex «Brema». Il decesso di Alfredo Loiacono, per 30 anni dipendente dello stabilimento di pneumatici «è stato causato da malattia professionale adenocarcinoma polmonare con metastasi pleuriche». Così l’Inail dovrà pagare agli eredi la rendita richiesta sin dal 2003, quando venne presentata l’istanza per il riconoscimento della malattia professionale, negata in via amministrativa dall’istituto, controparte nel processo.

Lo ha stabilito una sentenza emessa dal giudice del lavoro, una delle prime, almeno per la «Bridgestone», ad avere individuato un nesso diretto tra patologia e svolgimento dell’attività, fino a ieri respinto in analoghi ricorsi instaurati tra lavoratori dello stabilimento ed Inail, cioè l’ente per legge tenuto, in caso di malattia professionale, a riconoscere la relativa indennità.

La vicenda giudiziaria conclusa nei giorni scorsi è iniziata nel 2003 quando gli eredi di Loiacono chiesero inutilmente all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Secondo l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, il decesso avvenne a causa di una malattia comune che non aveva nulla a che fare con l’attività lavorativa di Loiacono. La domanda fu così rigettata, ma gli eredi dell’operaio non si sono dati per vinti. Nel 2007 il loro difensore, avvocato Pierpaolo Petruzzelli ha presentato un ricorso davanti al Tribunale del lavoro. Per il giudice Assunta Napoliello l’operaio «era affetto da una patologia di origine professionale che ne ha causato la morte».

Loiacono, barese, dopo avere lavorato come imbianchino, a 24 anni è stato assunto nella «Brema» (poi «Firestone», poi «Bridgestone») nel 1972. Fino al 2001 (quando ha scoperto che il cancro aveva aggredito i polmoni) aveva lavorato come addetto all’attività di produzione dei cerchietti e più precisamente alla trafilatura, ovvero allo srotolamento del filo metallico da rocchette preconfezionate che veniva passato attraverso un bocchettone ricoperto di gomma. Il filo veniva poi arrotolato a strati e tagliato su tamburi di varie dimensioni. Era questa la sua principale mansione. Dalla consulenza tecnica d’ufficio è emerso come Loiacono non fosse mai stato esposto, fuori dal lavoro, ad alcuno dei fattori di rischio noti per il carcinoma polmonare. In particolare è stato escluso che avesse mai fumato nel corso della sua vita, circostanza emersa in occasione di ciascuna delle numerose visite periodiche effettuate dal medico aziendale. Loiacono è morto nel 2003 a 55 anni.

Il consulente tecnico d’ufficio, Onofrio De Lucia, specialista in medicina legale ha accertato la sussistenza di un «generico rischio amianto» nello stabilimento, per non parlare della «presenza diffusa delle fibre di amianto» negli ambienti di lavoro.

«L’accertata esposizione ultratrentennale durante la vita lavorativa a sostanze con potenzialità cangerogena – ha scritto il giudice – e l’assoluta mancanza nella storia clinica di fattori di rischio extralavorativo, deve essere considerata condizione essenziale, anche se non esclusiva, nell’insorgenza della patologia neoplastica».

Non si tratta di una sentenza definitiva e l’Inail potrebbe impugnare il provvedimento in appello. Intanto, però, il giudice del lavoro ha condannato l’istituto «a costituire e corrispondere alla ricorrente la rendita ai superstiti». Indennità che era stata richiesta con istanza presentata nel 2003 e che ora va integrata con i relativi interessi.

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