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Hasta la madre…della guerra di Calderon | Carta.

La violenza di questo periodo in Messico non è una statistica. La famosa guerra contro il narcotraffico imposta dal presidente Felipe Calderon ha mietuto, in soli quattro anni, la vita di 40 mila persone che hanno nome e cognome, volto e storia. Sono morti che non sarebbero mai dovute avvenire. L’intensificazione di una guerra assurda, lontana dal proporsi di farla finita con il crimine organizzato, ha provocato l’emersione di un movimento nazionale, civile e pacifico, cui ogni giorno si aggiungono nuovi settori di una società ferita esasperata e stanca di ricevere i colpi di una politica imposta, tra le altre cose, per seminare la paura.

Nei mesi scorsi sono cresciute le manifestazioni per esigere la fine della strategia di Calderon e il rientro dei militari nelle caserme; oltre alla fine delle politiche di discriminazione che rendono possibili gli omicidi delle donne e dei giovani, tra le altre violenze.
Carovane di appoggio ai migranti, digiuni per i giovani assassinati, marce e forum contro il «femminicidio» in Messico e in altre parti del mondo, proteste dei giornalisti di fronte alla mancanza di garanzie e una chiara dimostrazione di auto-organizzazione da parte dei popoli indigeni, sono alcune delle risposte che vengono dal basso.

Andrea Medina, una attivista contro il femminicidio in Messico, un fenomeno che, sebbene non sia cominciato con questa guerra, si è esteso con la violenza generalizzata e la militarizzazione del paese, afferma che non si può negare che esista la paura, ma uno degli obiettivi di questa guerra è proprio quello di terrorizzare la società al fine di paralizzarla. «Adesso», dice l’attivista della Rete Mesa de Mujeres di Ciudad Juarez, «non si tratta di non aver paura, ma di non azzittirsi, di gridare e uscire in strada a protestare.. con tutta la paura».
Il recente assassinio di Juan Francisco Sicilia e delle sei persone che lo accompagnavano ha dato un nuovo impulso all’emersione di questo movimento cittadino, che esprime la sua esasperazione per una guerra imposta dal governo che è vista anche come «parte della strategia del governo degli Usa per proteggere i suoi crescenti interessi economici nella regione e per imporre le sue priorità in materia di sicurezza incorporando i suoi vicini – e soprattutto il Messico – negli schemi disegnati dal Pentagono», come ha spiegato Laura Carlsen, direttrice del Programma delle Americhe del Centro di Relazioni Internazionali [Irc].

In un’intervista a Desinformémonos, la ricercatrice segnala che «il meccanismo di appoggio degli Stati Uniti alla terribile guerra che viviamo si chiama Iniziativa Mérida». Carlsen aggiunge dati: oltre un miliardo e 400 milioni di dollari tra equipaggiamento, addestramento e altri programmi sono stati assegnati al Messico dal Congresso Usa da quando Bush, nell’ottobre del 2007, ha lanciato il programma. «Il governo di Bush lo progettò come un programma triennale, poi quello di Obama annunciò che diventava infinito, destinando nuove risorse alla guerra contro la droga in Messico».

L’attuale violenza in Messico si manifesta in diverse forme. Sebbene non sia iniziata con l’attuale guerra al narcotraffico, molte delle sue espressioni si sono esasperate nel contesto della crisi di sicurezza. Assalti, sequestri, estorsioni e omicidi di migranti centro e sudamericani, femminicidi, assassinii di giovani, militarizzazione e repressione politica, omicidi e «scomparse» di giornalisti, oltre alle morti vincolate strettamente alla famosa guerra. È questo il contesto in cui sono state programmate particolari manifestazioni durante la prima settimana di maggio in tutto il Messico. Javier Sicilia [poeta e scrittore, padre di Juan Francisco, ndt] è divenuto la voce intorno a cui si raccolgono le espressioni di rifiuto e di sdegno. Lo scorso 27 aprile, Sicilia ha chiamato a «dare dignità al nome di tutte le vittime della guerra contro il narcotraffico che vengono considerate dal governo come semplici danni collaterali». Come primo passo per la costruzione di un movimento nazionale, ha proposto il poeta, si sta organizzando una marcia che partirà il 5 maggio da Cuernavaca per raggiungere lo Zocalo della capitale l’8 di maggio insieme a tutte le persone e le organizzazioni che si vorranno aggiungere.

Sembra rilevante che la prima voce a rispondere all’appello sia stata quella dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale. In un comunicato reso noto il 28 aprile, gli Zapatisti hanno annunciato che le loro basi di appoggio marceranno in silenzio nella città di San Cristobal de las Casas, Chiapas, il 7 di maggio, con gli slogan: Basta con la guerra di Calderon! Basta sangue! Estamos hasta la madre de … [Non ne possiamo più di…, ndt] e ciascuno completi la frase con le sue proteste specifiche. Nello stesso tempo, l’Ezln si unisce alla Marcia nazionale per la giustizia e contro l’impunità, convocando anche i partecipanti all’Altra Campagna in Messico e nel mondo perché si uniscano alla mobilitazione «attraverso marce in silenzio con bandiere e cartelli, meetings e azioni culturali». Città del Messico, intanto, si prepara a ricevere i manifestanti che partiranno da Cuernavaca, Morelos. Brigate di artisti e di altri settori della società civile tingeranno di rosso le acque delle principali fontane della capitale messicana, in segno di ripudio alla sanguinosa guerra di Felipe Calderon.
È appena l’inizio.

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