repubblica.it – Ju tarramutu, l’urlo del silenzio – Trovacinema.
di Piera Matteucci
A due anni dal sisma che il 6 aprile 2009 ha devastato L’Aquila e molti paesi abruzzesi, esce nelle sale il documentario di Paolo Pisanelli, frutto di 15 mesi di riprese tra le macerie, le tendopoli, le new town e le carriole
QUANTO sono lunghi 20 secondi? Per saperlo bisogna contarli con calma. Milleetredici, millleequattordici…milleequindici. E sono lunghi, tanto lunghi, quando un rumore “che ti spezza le gambe” ti sconvolge per sempre la vita. Poi, solo il silenzio. Ed è proprio il silenzio uno dei protagonisti principali di Ju tarramutu, il documentario di Paolo Pisanelli, nelle sale il 6 aprile, nel secondo anniversario del sisma che ha devastato L’Aquila.
Quindici mesi di riprese, iniziate subito dopo il terremoto, per raccontare quello che le tv, che pure hanno fatto del sisma un evento mediatico di rilevanza internazionale, non hanno mai raccontato: la paura, lo spaesamento, la tristezza, il dolore e la fatica, ma anche la forza e la caparbietà di una popolazione che ha perso in una manciata di secondi il suo passato, la sua storia, il suo presente e, nel caso dei più anziani, anche il futuro, ma che, nonostante tutto, non si arrende a vedere morire le proprie radici.
Poco lo spazio occupato dalle voci narranti: solo le immagini a raccontare. Le macerie lasciate lì per mesi e mesi, sotto il sole di agosto e la neve di dicembre; le tendopoli e i container, le stanze delle caserme e gli appartamenti del piano C.A.S.E. Ma soprattutto lo fanno gli aquilani: gli irriducibili che “non se ne vogliono andare” dalle tende perché, anche se è distrutta, vogliono restare vicino alla loro casa; i comitati cittadini che non si rassegnano, dopo più di un anno dal sisma, alla chiusura del centro storico; il “popolo delle carriole” che non ci sta a lasciare che L’Aquila resti un cumulo di sassi e polvere e si arma di pala e secchi per sgomberare le vie della sua città. E lo fa il silenzio, lo stesso assordante silenzio che ancora oggi, a 24 mesi dal terremoto, invade vicoli e piazze, case e palazzi sventrati, interi paesi i cui soli abitanti sono gatti e cani randagi.
La videocamera di Pisanelli guarda da vicino la vita dei terremotati, sbigottiti davanti all’arrivo di Obama e dei grandi della terra per il G8, disorientati dalla militarizzazione della loro città, la maggior parte della quale è ancora off limits, stanchi di doversi “arrangiare” per resistere ai disagi della vita nelle tendopoli e negli alberghi, ma soprattutto arrabbiati per l’immobilità della ricostruzione.
E se in piazza Duomo e per il Corso, cuore di una città fantasma, la voce di una donna nella notte fa eco, non è molto diverso nelle new town, dove regna “anarchia urbanistica e sociale”, simbolo di una diaspora a cui i cittadini dell’Aquila non si vogliono rassegnare. Interi quartieri nati senza un progetto preciso , “formicai”, set di un immenso reality su cui i riflettori si sono spenti troppo in fretta.
“Ho filmato a lungo il territorio aquilano – spiega il regista – il mio interesse è rivolto alle radicali trasformazioni che sta subendo, alla ‘sparizione’ dei centri storici, tra abbandoni e demolizioni, all’idea di casa che ha dentro di sé ogni persona che ho incontrato. Sicuramente pongo al centro il tema del paesaggio per parlare del momento che stiamo vivendo. Alla violenza naturale del terremoto si è sovrapposta la voracità degli interessi, la velocità delle urbanizzazioni, l’impatto violento del Progetto C.A.S.E. che ha sconvolto senza pianificazione un territorio bellissimo. Nel tempo lo smarrimento degli abitanti è diventato rabbia, ribellione contro gli sprechi, le carenze organizzative, le speculazioni politiche ed economiche. Allora cosa si può veramente fare? A volte fare un film è uno scoppio di passione, di rabbia e d’amore”.
Così, a dispetto del “miracolo” sponsorizzato dal premier e dai media, Ju tarramutu lascia la parola ai cittadini, uniti nel dolore e nella voglia di rinascere. Perché loro, quella notte, nel vuoto che ha creato la terra, hanno perso tutto. Ma hanno ritrovato la loro anima.






























