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Il Riformista.

di Alessandro De Angelis

Berlusconi dichiara guerra a Sarkozy. Infuriato per la fuga in avanti della Francia, il premier detta al ministro Frattini la nuova linea italiana: «Se il comando non passa alla Nato, ritiriamo l’appoggio delle basi». Ma il nervosismo tradisce soprattutto l’irrilevanza politica del nostro paese e i problemi interni: la Lega detta nuove condizioni per il suo sì e minaccia di votare una propria risoluzione in Parlamento.

Nella foto : Silvio Berlusconi

«Desideriamo che il comando delle operazioni passi alla Nato. Ci vuole un coordinamento diverso da quello di adesso». Silvio Berlusconi, nel corso di una iniziativa del Pdl, mette la faccia sulla missione. Insofferente per come sono state gestite le operazioni.
Amareggiato per il ruolo da spettatore in cui si è infilato dall’inizio della missione. Il premier sceglie il braccio di ferro con la Francia sul «comando delle operazioni» per recuperare una centralità diplomatica. Già scelta la sede del duello con Sarkozy, ovvero il consiglio europeo di giovedì: «Se è necessario – sbotta il Berlusconi coi suoi – alzerò pure la voce, ma Sarkozy deve capire che non erano questi i patti, che ora sta esagerando. Che si è messo in testa, di dare la caccia a Gheddafi? Questa è una missione umanitaria, sono stufo di atteggiamenti guerrafondai».
Parole dure, segno di un disagio crescente. Perché così, raccontano nell’inner circle del premier, non si può andare avanti. La sensazione è di una situazione fuori controllo, e comunque fuori dai paletti fissati. E le responsabilità maggiori, per il premier, sono dei francesi. Bombardano fuori da una regia comune, giocano a ritardare il momento in cui confrontarsi con gli alleati, prendono tempo, sperando di acquisire punti buoni per gestire il business della transizione: «Non è accettabile – dice un ministro a microfoni spenti – che ognuno va per conto suo, che una coalizione internazionale è una somma di intenti diversi, serve una regia comune che fissi limiti ed obiettivi. Raggiunti gli obiettivi ci si ferma».
Già, ci si ferma. Il premier è convinto che Sarkò non ne abbia alcuna intenzione, che farà di tutto per non cedere l’iniziativa e per esercitare un ruolo da protagonista nel Mediterraneo, a discapito degli interessi italiani. Ecco che Berlusconi affida ai ministri degli Esteri e della Difesa, subito dopo il consiglio dei ministri, la dichiarazione, ripetuta a raffica, che fino due giorni fa veniva considerata l’estrema ratio: «È la Nato – dice il titolare della Farnesina – che deve prendere il comando, altrimenti l’Italia potrebbe riservarsi l’uso delle proprie basi solo per operazioni a comando condiviso».
È l’unico modo per ridare peso politico all’Italia, e per recuperare il terreno perduto, visto che, mentre a Roma si dibatte, sui muri di Bengasi sono apparse già le prime scritte che inneggiano ai francesi. «Qua bisogna far capire – scandisce il Cavaliere – che il nostro compito non è quello di dare la caccia a Gheddafi, di prenderlo e di portarlo via. Il nostro compito è di proteggere i civili e difendere il popolo. Non di bombardare». Forse la richiesta di un intervento Nato è solo una mossa tattica, visto che per far passare il comando sotto i vessilli dell’Alleanza atlantica occorrerebbe l’unanimità nel Consiglio atlantico. E al momento non c’è visto che la Francia è contraria al comando Nato, e i tedeschi e i turchi sono contrari all’intervento. Epperò il governo sta cercando di allargare il fronte, con Cameron ad esempio, e sta provando ad ammorbidire la Russia e a tenere un fitto dialogo con la Lega araba. Se non si riuscisse a trovare l’unanimità, la Farnesina sta lavorando per un “piano b”, ovvero che la Nato possa gestire se non l’iniziativa militare almeno quella umanitaria, e sarebbe già qualcosa.
Sia come sia, Berlusconi vuole arrivare all’appuntamento di giovedì preparato, con sul tavolo tutte le armi a disposizione. L’obiettivo è di uscire dal vertice con un ruolo diplomatico all’altezza dell’esposizione geografica. L’altro punto su cui battere, oltre alla Nato, è la gestione comune del problema immigrazione: «Il punto – spiegano a palazzo Chigi – non è un tornado in più o in meno, ma sui profughi ci deve essere l’impegno di tutti. Saremo inflessibili». Sono giorni che la Lega batte sul tema. E ieri durante il volo Milano-Roma il premier ha accolto tutte le condizioni poste dal Carroccio, soprattutto quelle che riguardano l’immigrazione, come la richiesta di un blocco navale e il coinvolgimento degli altri paesi nell’emergenza profughi. Di più, ha concordato una liena comune sul cambio di rotta da imprimere alla missione: «Umberto, io sono d’accordo con te, pure su come hanno gestito la crisi i nostri alleati. Diversamente non potevamo fare, altrimenti avremmo lasciato mano libera a loro su tutto, pure sulla questione dell’energia. Ora però dobbiamo evitare di mostrarci divisi e dobbiamo batterci insieme sulle nostre posizioni. Adesso dobbiamo guardare avanti». Ed è assai probabile che domani si trovi una sintesi tra la mozione della Lega e quella del Pdl, sia sulle caratteristiche «umanitarie» dell’intervento sia sull’emergenza immigrazione. Perché un voto chiaro del Parlamento è necessario per piegare Sarkò al Consiglio europeo.

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