di Maurizio Martina
Oggi, forse, Massimo d’Azeglio si azzarderebbe a dire: gli italiani ci sono, è l’Italia a mancare. Possiamo parlarne?
Foto Mauro Scrobogna / LaPresse 16-03-2011 Roma Festeggiamenti 150¡ unita’ d’Italia Nella foto: ologrammi storici sui palazzi di Roma
Oggi, forse, Massimo d’Azeglio si azzarderebbe a dire: gli italiani ci sono, è l’Italia a mancare. Possiamo parlarne?
Troppi fatti portano a dire che il rischio che corriamo è quello di un lento sgretolamento. Qualcuno l’ha chiamata acutamente “secessione dolce” ma di gustoso ha ben poco. Le distanze, non solo territoriali, sono aumentate vertiginosamente. Le incomprensioni reciproche pure. Non è solo una questione di economie e sistemi territoriali differenti. Investe cambiamenti sociali e antropologici. Anche in senso generazionale se si pensa ai giovani: precarietà di vita, immobilità sociale e un debito pubblico che pesa per circa 80mila euro su ciascuno di loro. La curva demografica ci dice che saremo sempre più vecchi ma continuiamo a sprecare enormi risorse pubbliche senza concentrarci sui “fondamentali” a partire da educazione, ricerca e innovazione.
Non ci può bastare ricordare il 1861 in forma retorica. Serve, e in fretta, un nuovo discorso sulla nostra statualità e su come stiamo insieme. Un’altra idea del paese. Quella che abbiamo avuto sino a qui ci ha fatto crescere e negli anni ha riscattato buona parte degli italiani dalla fame e dalle miserie. Ma non basta più. Non è sufficiente a garantirci prosperità e benessere diffuso.
Da dove ripartire? Scorciatoie non esistono. Occorre la fatica delle riforme: dello Stato e sociali. Il tema è quale Stato nell’era della globalizzazione delle persone, delle cose e delle informazioni. Dove tempi e luoghi assumono significati diversi dal passato. Dove lo spazio europeo dovrà essere sempre di più la prima dimensione della cittadinanza. Dove il nostro ruolo essenziale di cerniera tra l’Europa e il Mediterraneo ci caricherà di opportunità e problemi inediti come sta già accadendo di fronte ai fatti storici di queste settimane. Non possiamo rimanere fermi tra l’esasperazione del locale e le incognite del globale. Serve una riorganizzazione delle nostre fondamenta per costruire realmente un’Italia federale. Per riconnettere autonomia, responsabilità e solidarietà efficiente. Occorre utilizzare il federalismo (quello vero) come chiave di volta per produrre nuova coesione e per riposizionare in termini competitivi il paese nel vecchio continente. L’Italia federale nell’unità europea. Diversamente credo che le nostre fratture siano destinate ad allargarsi. Parlo di riforma federale in senso pieno, non di specchietti per le allodole utili solo alla propaganda leghista. Avanti così e il cambiamento federale dello Stato non andrà da nessuna parte, ripiegato com’è sulla manovra politica di giornata. Che federalismo è quello che nello stesso tempo adotta per Roma Capitale disposizioni straordinarie e non tocca nulla delle particolarità, sempre più insostenibili, delle regioni a statuto speciale? Ci sono molti vizi italiani in questo modo di procedere, altro che Padania. Invece, avremmo bisogno di affrontare senza infingimenti i nodi profondi dei cambiamenti necessari: riforma fiscale, Carta delle autonomie, fine del bicameralismo perfetto e Senato federale. Riorganizzazione della pubblica amministrazione e della giustizia a partire da quella civile. E parallelamente riforma del vecchio welfare assumendo subito l’obiettivo di un rapido riequilibrio generazionale e di genere.
Può una parte sola disegnare questo cambiamento e portarlo a compimento? No. Di sicuro non lo può fare questo governo. Non dimentichiamoci che mentre la riforma del Titolo V della Costituzione apriva la strada concreta al federalismo, in quel campo hanno predicato prima la secessione e poi la devolution. Tutte operazioni fallimentari. Sulla riforma dello Stato, a 150 anni dall’Unità, è il Pd che può lanciare la sfida del cambiamento. Vogliono discutere di vero federalismo regionale? Noi ci siamo con proposte chiare, ma niente trucchi propagandistici che poi lasciano sul campo solo problemi, come già si è visto sul decentramento demaniale e sui Comuni. La verità è che oggi avremmo bisogno di un’autentica fase costituente. In fondo, dopo la caduta del Muro di Berlino e dopo tangentopoli, questo paese non si è mai guardato seriamente allo specchio. Solo l’aggancio alla moneta unica europea, grazie al centrosinistra, può essere degno di nota nella storia recente perché fu l’ultimo tempo di una stagione di responsabilità nazionale che poi abbiamo smarrito. Oggi è ancora in questo sforzo per l’Italia la ragione profonda del Pd. Altro che guardarsi l’ombelico. A quest’altezza va rilanciato il confronto con le altre forze politiche. Per andare oltre il berlusconismo battendolo definitivamente sul piano politico. Per costruire finalmente la nuova Repubblica. E ripartire.
Maurizio Martina
segretario Pd Lombardia






























