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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

Il Riformista.

di Peppino Caldarola

Nella foto: Mario Draghi

«Gioventù sprecata», potrebbe essere il titolo di un film sull’Italia di oggi. Ci voleva un algido governatore, uno di quegli italiani bunga-bunga repellenti che ancora possiamo spendere sulla scena internazionale, per lanciare il più grave allarme sullo stato dell’economia del paese e sulla condizione giovanile.
Un suo collega banchiere, il presidente di Unicredit, Dieter Rampl, in ambasce di fronte agli sviluppi della situazione libica, per definire sinteticamente il discorso di Mario Draghi al Forex di Verona ha detto che è stato «molto tosto». Il quadro del paese che il governatore ha tracciato è a tinte fosche e spazza via le chiacchiere rassicuranti di tanti esponenti del governo e dello stesso premier che abbiamo ascoltato nel recente passato.
È questo il contesto in cui esplode la drammaticità della condizione giovanile. Draghi parla con precisione chirurgica: «I salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, in termini reali, sono fermi da oltre un decennio sui livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. Il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30%». Almeno tre generazioni di giovani sono fuori da ogni previsione sociale, molti di loro non hanno mai potuto lavorare, gran parte di essi si avvia verso la matura età senza alcun contributo previdenziale. Fuori da tutto, espulsi da ogni prospettiva, ridotti a non nutrire più speranza, costretti a vivere solo grazie alle loro famiglie perché «si accentua – dice ancora Draghi – la dipendenza, più elevata nel confronto internazionale, dalla ricchezza dei genitori». Il professor Livi Bacci nel 2007 ha raccontato che un’indagine della Commissione europea «ha mostrato che la fonte della disponibilità economica dei ragazzi italiani era per ben il 50%, la famiglia, contro il 30% della media Ue». Ha scritto ancora Massimo Livi Bacci: «I giovani sono diventati una risorsa numericamente scarsa della società e ragione vorrebbe che proprio da questa scarsità scaturisse la loro valorizzazione. Invece è successo il contrario». Uno storico di grande valore, autore anni fa di una bella e pressocchè unica storia del Mezzogiorno, Piero Bevilacqua, iscrive questo fenomeno in quel grande saccheggio di risorse «nell’età del capitalismo distrattivi» a cui ha dedicato un volumetto appena uscito in libreria.
Il j’ accuse del governatore della Banca d’Italia, che molti avrebbero visto volentieri alla guida di un governo di salute pubblica e che oggi appare il più serio candidato alla guida della Bce, aiuta a riscrivere la storia politica soprattutto degli anni berlusconiani. I fenomeni di cui parla Draghi sono di lungo periodo e hanno attraversato anche gli anni in cui il centro-sinistra ha avuto la guida del governo, ma nell’età berlusconiana, e soprattutto nell’ultimo periodo, la continua sottovalutazione della crisi e l’irresponsabile tesi del paese già proiettato nella ripresa hanno impedito politiche economiche di qualche spessore. Non c’è stato alcun provvedimento orientato verso la crescita e la pressione fiscale è cresciuta in una situazione in cui si stagliava il rigorismo, per tanti aspetti benemerito, del ministro del Tesoro a fronte dell’assenza di progettualità del premier. Con straordinaria irresponsabilità ci siamo seduti su una bomba ad orologeria esorcizzando quei rumori di rivolta sociale che ogni tanto affiorano dalle nostre città. Queste nuove generazioni, mediamente più informate di quelle precedenti, vivono la contraddizione fra l’estrema enfatizzazione dei modelli consumistici e la drammatica realtà della vita senza speranza che conducono. Se c’è una cosa che ci accomuna al mondo arabo in ebollizione di fronte al nostro mare, è questa condizione giovanile che sta facendo alzare la temperatura sociale. Lì è già esplosa. E qui, quanto durerà questo terribile silenzio? La generazione degli anni Sessanta si è ribellata per molto meno, chiedendo molto di più. Quando questi giovani scopriranno che anche per loro “dio è morto” sarà duro convincerli a ridurre le loro pretese.
La diagnosi del governatore si è conclusa con un appello alle riforme. Sul tema della crescita anche la presidente di Confindustria ha messo l’accento più volte. Susanna Camusso ne ha fatto l’asse culturale della propria segreteria sottolineando il rapporto che deve esistere fra una politica economica indirizzata alla crescita e una sfera dei diritti che non va colpita. Non si può sfuggire tuttavia al confronto con un fallimento culturale del pensiero economico neo-liberista non in grado né di prevedere né di porre rimedio alla deflagrazione caotica della finanza e ai prezzi sociali che le stesse società occidentali stanno pagando. Non avviene per caso che stia riaffacciandosi al dibattito politico-culturale un pensiero critico che investe direttamente, come non avveniva da tempo, la stessa nozione di “capitalismo”. Ho già citato il libro di Piero Bevilacqua ma in questi stessi giorni per Bompiani il professor Giuseppe Carlo Marino, ordinario a Palermo, ha dato alle stampe, con introduzione del pm Antonino Ingroia, un libro sulla global mafia in cui, analizzando la dimensione internazionale dell’espandersi del fenomeno mafioso, arriva a concludere una sua stretta contiguità con le dinamiche delle società capitalistiche. Ho riassunto in modo eccessivamente stringato un’analisi ricca di spunti e difforme da quella di altri storici della mafia, ad esempio Salvatore Lupo, per dire come la sinistra debba riabituarsi a discutere non solo con le accademie liberiste trascurando o ignorando altri filoni di pensiero. Anche perché il quadro catastrofico che l’economia ci presenta, peggiorando tutti gli indicatori sociali, ha molto a che fare con un discorso sulla democrazia nel nostro paese e sulla connessione sentimentale che si può realizzare fra chi non ha niente e un ceto di facinorosi della classe media, di recente ricchezza, che stanno occupando la vita pubblica.

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