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Strage a Tripoli, i cecchini sparano sui manifestanti – Londra congela il tesoro 23 miliardi di Gheddafi – Il Sole 24 ORE.

La carneficina continua. Le forze di sicurezza del leader libico Muammar Gheddafi hanno aperto il fuoco «contro i manifestanti» a Tripoli e «ci sono morti nelle strade di Soug al Jomaa», un quartiere della capitale. Lo ha riferito un testimone all’agenzia di stampa France presse. Altri testimoni che abitano nella zona est della città hanno riferito di «colpi di arma da fuoco contro chi si trova in strada». Le forze che si oppongono al regime di Gheddafi hanno organizzato per oggi, dopo la tradizionale preghiera del venerdì, la prima grande manifestazione di protesta contro il leader libico. Poco prima della fine della preghiera, la tv araba al Jazeera aveva riferito di forze di sicurezza dispiegate attorno alle moschee di Tripoli.

Dopo i violenti scontri di ieri, si combatte ancora in Libia. I ribelli, che da giorni provano a sovvertire il regime di Muammar Gheddafi, hanno respinto a Misurata l’offensiva delle milizie del colonnello, e avrebbero preso il controllo della città. I ribelli stanno anche avanzando verso Tripoli e ormai la battaglia si sarebbe spostata alle porte della capitale. La situazione è molto difficilead al Zawiyah. In quest’ultima città 23 persone sono morte e altre 44 sono rimaste ferite nell’attacco lanciato ieri dalle forze di sicurezza libiche. Citando fonti ospedaliere, il giornale libico Quryna scrive che «i feriti non possono raggiungere gli ospedali a causa dei colpi di arma da fuoco esplosi in tutte le direzioni dei battaglioni di sicurezza e dai mercenari».

Dal governo sussidi e aumenti degli stipendi dei dipendenti pubblici
In un estremo tentativo di mantenere il proprio potere in un paese ormai in rivolta, il governo libico ha ordinato una serie di inteventi che comprendono aumenti di stipendio, aiuti alimentari e sussidi. Lo riferisce la televisione di stato. Ogni famiglia – dice la tv – riceverà 400 dollari per compensare l’aumento dei prezzi degli alimentari, e gli stipendi dei lavoratori del comparto pubblico aumenteranno del 150 per cento.

Manifestazione contro il regime a Tripoli
I leader della rivolta libica, inoltre, stanno inviando truppe per un’offensiva contro Tripoli, mentre i residenti della capitale si preparano a tenere oggi la loro prima manifestazione di massa contro il regime. Intanto, dal sito al Manara filtrano voci di mercenari italiani in città.

Il figlio minore di Gheddafi si unisce ai rivoltosi
Secondo l’agenzia Irna, il figlio minore del leader libico, Saif al Arab, si sarebbe unito ai rivoltosi e starebbe combattendo contro le truppe guidate dal padre a Bengasi. Il giovane era stato inviato dal padre nella zona orientale del Paese per unirsi alle forze di sicurezza libiche e contrastare la rivolta. Un’altro dei sette figli del leader libico sarebbe invece fuggito in Venezuela, nell’isola Margarita. Lo rivela un politico del Paese sudamericano, Orlando Fernandez Medina, al Daily Telegraph. Se la notizia si rivelasse esatta, potrebbe spiegare la dichiarazione rilasciata lunedì scorso dal ministro degli Esteri britannico, William Hague, sulla fuga di Gheddafi in Venezuela. «Chi ha contattato il ministero degli Esteri venezuelano è un figlio di Gheddafi, non Gheddafi», ha detto Medina. L’ex governatore dello stato di Lara, nel nord-ovest del Venezuela, no ha saputo precisare di quale figlio si tratti. Secondo il quotidiano El Universal, anche una delle mogli di Gheddafi e quattro delle sue figlie si troverebbero nell’isola Margarita.

Il cugino di Gheddafi lascia
Kadhaf al-Dam, cugino e stretto consigliere del leader libico Muammar Gheddafi, si è dimesso ieri «da tutti i suoi incarichi in seno al regime per protestare contro la gestione della crisi» in atto nel Paese. Lo ha fatto sapere tramite un comunicato diffuso oggi dal suo ufficio al Cairo e riportato dall’agenzia di stampa egiziana Mena. Kadhaf al-Dam, responsabile delle relazioni tra Egitto e Libia, residente al Cairo, ha lasciato la Libia una settimana fa, stando a quanto si precisa nella nota. Nel presentare le sue dimissioni, il cugino di Gheddafi ha lanciato un appello perchè si metta fine “al bagno di sangue e si torni alla ragione per garantire l’unità e il futuro della Libia”.

Mugabe invia truppe in aiuto di Gheddafi
Ma se i familiari lo abbandonano Gheddafi incassa la solidarietà di un altro dittatore africano
Robert Mugabe. Il presidente dello Zimbabwe avrebbe inviato dei combattenti per dare man forte al colonnello Gheddafi che tenta disperatamente di reprimere la rivolta popolare in Libia. Un aereo di fabbricazione russa con a bordo truppe dell’unità di commando dello Zimbabwe sarebbe decollato martedì con destinazione Libia, secondo lo “Zimbabwe Mail”, che cita fonti dei servizi segreti. Mugabe avrebbe anche offerto ospitalità al dittatore libico.

Ex ministro: «Gheddafi non esiterà a usare armi chimiche»
Intanto cresce la preoccupazione per le possibili mosse del dittatore. Un ex ministro ha messo in guardia che Gheddafi ha «armi chimico-batteriologiche e non esiterà ad usarle» per reprimere la rivolta in Libia. Lo scrive il sito inglese di Al Jazira sintetizzando dichiarazioni fatte alla stessa tv araba da Mustafa Abdel Galil. L’ex ministro della Giustizia ha parlato in questi termini a margine di un incontro di capi tribali e rappresentanti della Libia orientale a Baida. All’incontro hanno partecipato anche comandanti militari che si sono rifiutati di sparare sui rivoltosi. «Vogliamo un paese unito. Non c’è alcun emirato o Al Qaida da nessuna parte», ha detto Galil aggiungendo che «il nostro unico scopo è liberare la Libia da questo regime e poi il popolo deciderà il governo che vuole»

Tunisia, la gente torna in piazza
Resta caldo il clima anche negli altri paesi del Maghreb. Diverse decine di migliaia dimostranti, soprattutto studenti, hanno manifestato oggi a Tunisi per chiedere le dimissioni del governo di transizione, guidato da Mohammed Ghannouchi. Stando a quanto riferito da fonti di polizia, sono «oltre 100.000 i manifestanti» radunati davanti alla kasbah, uno dei luoghi simbolo della protesta di gennaio. Fonti della Mezzaluna rossa e gli stessi dimostranti hanno sottolineato che si tratta della «più grande manifestazione dalla caduta di Ben Ali”, il 14 gennaio scorso. «Chiediamo le dimissioni del governo e di Ghannouchi», ha detto alla France presse uno studente, Ramzi, aggiungendo che i tunisini stanno vivendo in una situazione di «vuoto politico».

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