IL MANIFESTO – Valerio Verbano: dopo 31 anni svolta nelle indagini
IL MANIFESTO.
«Valerio vive», lo striscione di apertura. Come sempre tantissime persone verso via Monte Bianco dove 31 anni fa, il 22 febbraio 1980, venne ucciso con un colpo di pistola da un commando neo fascista dei Nar il giovane Valerio Verbano, mentre i suoi genitori erano legati mani e piedi nella loro stanza da letto. E’ stata una delle pagine più violente e crudeli della lotta politica in Italia di quegli anni. Una storia che a Roma ancora pulsa. Ma stavolta il corteo non era soltanto di commemorazione. Una speranza nuova, quella che la madre di Valerio, Carla Zappelli, ha coltivato per tutti questi anni: forse si può arrivare alla verità. Sapere chi sono le tre persone che si introdussero in casa di Valerio, sequestrarono i suoi genitori, e infine lo uccisero con un colpo alla schiena. La notizia è stata anticipata da Repubblica. Nella giornata di ieri ha preso consistenza. Il procuratore aggiunto Pietro Saviotti e il pm Erminio Amelio avrebbero già iscritto nel registro degli indagati due nomi. Le ipotesi che circolano sono molte, ma nulla è certo. Si sa che uno di loro si trova al momento all’estero. Il secondo, invece, è un professionista affermato. Entrambi hanno circa 50 anni, e ora i pm vogliono sentire la loro versione.
La notizia della «svolta» nelle indagini era stata comunicata in prima persona, l’altro ieri, a Carla Zappelli da un colonnello dei Ros e dal pm Amelio: «Quando sono venuti a casa mia – ha raccontato – mi si è riempito il cuore di gioia. Perché ho capito che non hanno davvero qualcosa in mano. Dopo 31 anni non me lo aspettavo». In realtà la signora Zappelli ha tenacemente lottato in questi ultimi anni perché la verità su suo figlio venisse alla luce. Ha fatto di tutto, compreso diventare un’abile internauta che dal suo profilo di Facebook dice: chi sa qualcosa sulla morte di mio figlio, mi contatti. E’ lei stessa ad aver sempre affermato con coraggio che chi sa di certo qualcosa sulla morte di Valerio è vivo e vegeto, e lo ha anche incontrato personalmente: Valerio Fioravanti, che le fece visita qualche anno fa insieme alla compagna Francesca Mambro.
Due «puntate» giuste. Prima di tutto perché, a quanto sembra, i pm sono giunti a rielaborare gli identikit di trent’anni fa incrociando diversi fascicoli processuali su altri attentati di quegli anni, individuando alcune facce che poi sarebbero state riconosciute da testimoni. Dunque, qualcuno ha voglia di ricordare. E poi perché la pista seguita dai magistrati confermerebbe quello di cui si è molto parlato in questi anni: l’uccisione di Valerio, militante comunista giovane ma molto conosciuto, doveva servire a un gruppo della destra armata romana a contendere la supremazia nei Nuclei armati rivoluzionari a Giusva Fioravanti e Francesca Mambro o a garantirsi una cooptazione.
L’omicidio di Valerio fu rivendicato come «Nar Thor Balder Tir». Quando fu ucciso, sempre a Roma, il giudice Mario Amato – il 23 giugno dello stesso anno della morte di Valerio – fu diramato un volantino dal titolo: «Nar, chiarimento». Vi si diceva che chi continuava a pensare che l’obiettivo della lotta armata fossero i «compagni» non aveva capito nulla, l’obiettivo doveva essere invece la lotta al sistema, dunque l’uccisione di figure istituzionali. Insomma, dentro ai Nar la morte di Valerio fu argomento di «discussione». Quindi, è molto strano che chi ne ha fatto parte non sappia proprio nulla. Il lavoro dei magistrati, intanto, va avanti. Si stanno anche riesaminando i corpi del reato rimasti tra cui la beretta 765 munita di silenziatore con cui fu ucciso. La storia di Valerio continua a produrre analisi e ricostruzioni (l’ultima a cura di Valerio Lazzaretti per Odradek). «Continuate a fare manifestazioni, e a cercare la verità anche quando non ci sarò più», è il messaggio consegnato da Carla Zappelli ai ragazzi che ieri hanno ricordato suo figlio, ancora.
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