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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

Il Riformista.




di Peppino Caldarola

Nella foto: Silvio Berlusconi

Quant’è brutta l’Italia politica vista con gli occhi di un americano a Roma. L’impietoso ritratto che viene fuori dai dispacci dell’ambasciatore Spogli contenuti in WikiLeaks dovrebbe dar luogo, in un paese normale, a una severa autocritica per demolire molti luoghi comuni in auge fra i politici italiani.
Luoghi comuni cari soprattutto a Silvio Berlusconi, abituato ad auto-compiacersi e a sopravvalutarsi.
Siamo appena agli inizi del diluvio di dispacci Roma-Washington, si parla di 4.000 file, ma quel che già si comincia a vedere lascia sgomenti. La prima cosa che balza agli occhi è un giudizio assai più generoso verso il passato che rispetto al presente. L’Italia, scrive l’ambasciatore, «è stato un partner solido, serio e affidabile». Se qualcosa non ha funzionato nella relazione fra i due paesi la colpa non è degli italiani ma della sottostima degli americani al punto che Spogli scrive che «non (è) stato sempre riconosciuto al governo italiano lo stesso grado di legittimazione riservato agli altri alleati».
L’approccio autocritico, che tiene conto anche delle diffusa disistima verso l’Italia degli altri partner europei a cui si fa frequente riferimento nei report americani e che dovrebbe far riflettere sullo stato delle nostre relazioni continentali, serve a mettere a fuoco la necessità di un cambiamento di passo anche perché il nostro paese è «una piattaforma geo-strategica unica in Europa e consente di raggiungere facilmente zone a rischio in tutto il Medio Oriente, l’Africa e l’Europa» ed è «la sede del più completo arsenale militare di cui disponiamo fuori dagli Stati Uniti». Queste considerazioni spazzano gran parte delle analisi che consideravano cambiato il rapporto Italia-Usa dopo la caduta del Muro di Berlino che avrebbe tolto centralità strategica alla penisola. È vero il contrario: gli Usa guardano con apprensione alle cose italiane perché da questa postazione essi guidano complesse manovre politiche e militari su diversi teatri di crisi.
Il capitolo dedicato a Berlusconi è ricco di considerazioni spietate Tre sono particolarmente sferzanti. Nel primo si dice che il paese è di fronte «a un lento, inarrestabile declino». Il secondo riflette severamente sulla sua classe dirigente «che dimostra spesso di non avere una visone strategica». Infine il giudizio sul governo Berlusconi, definito «inefficiente e debole». L’ambasciatore è severo anche sugli ultimi due anni del governo Prodi «caratterizzati da profonde divisioni interne», mentre Berlusconi è il «simbolo di questo processo» di declino. Spogli cerca di presentare al meglio la figura dell’interlocutore italiano fino a definirlo «profondamente devoto» agli Usa e affiancato da un altro amico sincero degli Stati Uniti, il ministro degli Esteri Franco Frattini. Tuttavia la diagnosi è senza sottintesi. Berlusconi antepone «i propri interessi personali a quelli dello Stato… (privilegia) soluzione a breve termine a discapito di investimenti lungimiranti… il suo frequente utilizzo delle istituzioni e delle risorse pubbliche ha danneggiato l’immagine dell’Italia» provocando in Europa un’idea «disgraziatamente comica» del premier e del paese.
Ciò che restituisce il suo racconto sull’iniziativa internazionale italiana è sconfortante. L’Italia, a cui viene riconosciuto un ruolo nelle missioni militari, viene accusata di destinare pochi fondi alla presenza nel mondo e di «compensare la mancata allocazione delle risorse proponendosi come grande mediatore mondiale». Si tratta di «un ruolo auto-conferito». Nei dispacci si fa cenno all’agitarsi del premier e del governo sugli scacchieri più delicati alla ricerca di protagonismo. Spogli cita, oltre alla solita Russia, le iniziative verso Hamas, Hetzbollah, Iran. Viene fuori l’immagine di una politica estera disordinata, sempre alla ricerca di una ribalta e sostanzialmente inconcludente. Alla vigilia del vertice dell’Aquila preoccupa gli americani la mania italiana di far le cose in grande con «la proliferazione di inviti alle delegazioni di numerosi paesi» al punto da far diventare a venti un incontro previsto per otto. Tuttavia l’ambasciatore suggerisce di tenere conto di questo alleato perché «quando lo agganciamo ci fa arrivare a risultati concreti».
Non meno severi i giudizi sull’opposizione, descritta divisa e allo sbando. Nei report si fa anche un accenno alla possibilità di un accordo fra destra e sinistra citando gli incontri fra Goffredo Bettini e Walter Veltroni con Gianni Letta orientati alla «pianificazione di una sorta di coalizione post-elettorale» fallita per lo strabordande successo elettorale di Berlusconi. Gli americani all’indomani del voto considerano praticamente conclusa l’avventura del leader del Pd anche grazie a una informazione ricevuta da Fini secondo cui «D’Alema ha messo Veltroni nel freezer e sta congegnando un modo per farlo fuori». Né, all’indomani delle scorse elezioni, migliori sono i giudizi e i pronostici sulle altre forze dell’opposizione sopravvissute in un Parlamento in cui, nota compiaciuta l’ambasciata, non ci sono più comunisti e radical di sinistra. Pier Ferdinando Casini «guida una piccola coalizione di centro ma politicamente è in una posizione molto delicata dato che dal punto di vista ideologico è molto vicino a Berlusconi». Sommario è il giudizio sull’Italia dei valori, a cui viene riconosciuta una particolare combattività nel contrastare il premier ma «la sua scarsa importanza ne riduce l’interesse».
Malgrado le disavventure giudiziarie e l’assalto di una magistratura definita «una casta inefficiente e autoreferenziale», gli americani credono che Berlusconi abbia la partita in mano e vedono l’unico pericolo nella «sfuriata contro Napolitano, figura molto rispettata, (che) potrebbe essere presa molto male da molti italiani e determinare più ampie divisioni fra le istituzioni». Tuttavia in un soprassalto di realismo e di prudenza l’ambasciatore non si fa molte illusioni sulla navigazione del premier perchè prevede che «l’opposizione sia all’interno sia all’esterno del parlamento non rimarrà indefinitamente disorganizzata e quieta». (p.c.)

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