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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

La grande Rivoluzione: gli Anonymous hanno Stuxnet.

http://networkedblogs.com/ejamM

GLI ANONYMOUS PRENDONO POSSESSO DI STUXNET, UNO DEI WORM PIU’ PERICOLOSI DI SEMPRE  STRUTTURATO PER COLPIRE RAFFINERIE, INDUSTRIE E PERFINO IMPIANTI DI ARRICCHIMENTO DELL’URANIO. ESISTE UN PROGETTO CHE COINVOLGE WIKILEAKS E GLI ANONYMOUS CON L’OBIETTIVO DI RENDERE INDIPENDENTE IL CYBERSPAZIO?

Di Mattia Paolinelli

Hanno colpito Wikileaks e Wikileaks s’è moltiplicata. Hanno colpito gli Anonymous e anche loro si sono moltiplicati. Poi è arrivato un altro povero miope a tentare di sferrare l’ennesimo inutile colpo. Così adesso il risultato è che gli Anonymous sono più forti di prima e fanno ancora più paura.
Finalmente nelle menti evidentemente poco brillanti che hanno finora caricato a testa bassa sarà balenata l’idea che sia Wikileaks che gli Anonymous non sono quello che sembrano? Il Dipartimento di Stato americano, la Bank of America, la HBGary Federal si saranno finalmente resi conto che questi due soggetti non aspettavano altro che essere attaccati? Che ogni contromossa era già pronta da tempo, da almeno quattro anni? E che questi quattro anni sono serviti ad accumulare risorse, ma che gli anni di vantaggio culturale sono otto, dieci, venti?
Si sono resi conto che i loro propri tecnici informatici, i loro analisti, i loro sistemisti e programmatori potrebbero far parte degli Anonymous perché gli Anonymous –molto semplicemente- non esistono come organizzazione?
Possibile che i più fini pensatori ed opinionisti di questo come di altri paesi siano tanto occupati ad illustrare gli ultimi sussulti di un nuovo congresso di Vienna da non  accorgersi che nulla potrà essere come prima dopo la “Révolution” del 1991?
Possibile che una delle analisi più brillanti sugli Anonymous debba arrivare da tale “SmallFurryCreature” sul sito Slashdot.org con questo intervento?
If you are talking about the Anonymous from 4chan, then there isn’t any group like that. That implies to much organisation, a hierachy, an organization.
The idea originally was related but NOT the same to “I am Spartacus”. And many people don’t even understand that statement.
The “I am Spartacus” statement is this: “I hereby declare that I am the person you are seeking and accept all responsibility for my actions.” If you state this, you BECOME Spartacus, you are it and LOOSE yourself with it. You can’t say, “I smallfurrycreature represent Spartacus”, you surrender yourself to the cause and become it. In the movie, the people all nailed up, are ALL Spartacus and by doing so the idea of Spartacus if not the person becomes invincible. No matter how many Spartacusses you nail to a cross, there is always one more just around the corner. It is the undying hero, the person dies but the idea goes on.
This doesn’t sit well with our individual culture.
Anonymous takes this even further, if people understood it. You cannot state “I am Anonymous” for this is silly. The moment you tie yourself to this concept, you are no longer anonymous. You can speak with a thousand voices, you can at best be one voice representing a thousand but never a thousand. You cannot be anonymous only be a non-significant part of it.
The real idea behind it all on 4chan was to give a name to the movements/actions that were observed. It is like watching the migration patterns of animals and calling them Bob. Just because it now sounds like a person doesn’t mean that a wildebeast migrating represents Bob or is controlled by the motives of Bob.
Ma la prima domanda cui rispondere in questo articolo è un’altra: cosa è accaduto nella tarda serata del 10 febbraio? Semplicemente, come un fulmine a ciel –quasi- sereno è arrivato un messaggio da Twitter. Da un certo atopiary per la precisione, che ha postato il seguente Tweet
Anonymous is now in possession of Stuxnet – problem, officer?

Una domanda. E l’unica risposta possibile è affermativa.

Cos’è Stuxnet? Uno dei più pericolosi worm mai creati, capace di propagarsi via Internet infettando i sistemi Windows. Naturalmente portato per rendere le memorie di massa rimovibili degli ulteriori ed efficacissimi portatori di contagio, Stuxnet tende all’invisibilità per massimizzare la propria portata virale. Praticamente innocuo nei normali sistemi Windows è studiato per attivarsi solo in presenza di un particolare PLC (Programmable Logic Controller) realizzato dalla Siemens. Questo PLC non è altro che un piccolo sistema di controllo integrato in applicazioni industriali che presiede ogni sorta di processo automatizzato. Per questo gli obiettivi di Stuxnet non sono i pc domestici, ma le fabbriche, gli impianti chimici, le raffinerie di petrolio e le centrali nucleari. Questi PLC sono spesso controllati da computer e Stuxnet colpisce là dove trova il software di controllo Siemens SIMATIC WinCC/Step7 e solo questo. Dov’è allora il problema? Il fatto è che la stragrande maggioranza dei grandi impianti industriali ed energetici adotta proprio sistemi Siemens.
Come e perché gli Anonymous siano entrati in possesso di Stuxnet è un argomento che affronteremo in un prossimo articolo, ma si può intanto precisare che per quanto riguarda Atopiary non si è ancora capito se faccia effettivamente parte degli Anonymous o se sia un loro “simpatizzante”. E in fondo il punto è proprio questo: quali sono la natura e i confini dei soggetti in gioco?
Possibile che per vent’anni nessuno si sia reso conto o si sia preoccupato del fatto che gli Hackers, i Geeks, i Nerds appartengono tutti ad una stessa cultura, una stessa matrice? Che gli Hackers sono come dei moderni confratelli uniti dalla condivisione di un sapere e di un ideale? Cosa pensavano le grandi compagnie che assumevano i più dotati tra loro per metterli a difesa dei propri sistemi? Cosa avranno pensato quando è nato il mondo dell’Open Source? Com’è possibile ignorare le cartine tornasole della mitologia filmica e letteraria? Saranno malati di egocentrismo, asocialità, monomanie Startrekkiane, Guerrestellaresche e fumettare, ma questi hackers sanno il fatto loro se gli metti un computer davanti. E adesso il mondo è nei computer e i computer nelle loro mani.
Su Nautilus ho recentemente realizzato due articoli (qui e qui) che evidenziano i punti di contatto, le analogie e forse anche le relazioni tra Wikileaks, Tor e gli Anonymous. Bene, basta fare un piccolo salto su Wikipedia alla ricerca di Tor per imbattersi in questa pagina,

una pagina da scorrere immediatamente fino alla sua fine perché nella sezione voci correlate troviamo tutta la verità di una storia già scritta da tempo. Basta leggere e conoscere la cultura del mondo hacker per avere poi ben pochi dubbi su cosa stia accadendo da un anno a questa parte.

Semplicemente stiamo assistendo ad un progetto finalmente diventato totalmente operativo che sulla base di una cultura ha creato nuovi meccanismi sociali e che ormai, anche se fermato, ha messo in moto una coscienza che potrà essere sfruttata da diversi soggetti indipendenti.
Giusto tre giorni fa ho raccontato l’incredibile caso di Aaron Barr e della HBGary Federal, raggruppati entrambi nel “miope” cui mi riferivo ad inizio articolo. Barr afferma che tutte le sue 50.000 mail rese pubbliche dagli Anonymous sono inventate, scritte dagli stessi Anonymous. Forse il buon Barr ha ricevuto un colpo troppo duro e alcuni dei suoi equilibri psichici stanno vacillando o forse non sa raccapezzarsi su come gli Anonymous siano riusciti a penetrare il sistema della HBGary Federal (le mail provengono dal suo account aziendale) con tanta semplicità. Ma siamo sicuri che qualcuno sia penetrato nella HBGF e che invece il materiale non si sia limitato a uscirne?
Siamo cioè sicuri che gli Anonymous non siano suoi colleghi, suoi sottoposti? Tutte le persone che nel dicembre scorso hanno messo il proprio pc a disposizione degli Anonymous installando volontariamente il LOIC, non erano forse degli Anonymous a propria volta? Sposare gli ideali di una causa ci fa diventare parte di essa. Proprio qui sta il pericolo che induce presto o tardi le persone ad abbandonare una rivolta tradizionale o a defilarsi dal partecipare ad una consueta forma di protesta. Ma quando partecipare non comporta sanzioni individuali perché si è solo un numero tra mille e mille, quando cioè la nostra coscienza intorpidita può risvegliarsi gradatamente prendendo parte attiva ad un cambiamento, gioendo del risultato e stando al riparo del proprio anonimato, ecco che l’incipit di una comunità è più semplice e il richiamo forte, fortissimo.
Accade nei blog, nei forum, nei social networks. E che ci piaccia o no, questo è probabilmente un aspetto del futuro. Un futuro che mischia protesta e protagonismo, rivoluzione e salotto. Ma abbiamo anche un presente e in questo tempo gli hackers, gli Anonymous, hanno capito come sfruttare la gerarchia per eliminarla. Ambire a posizioni di prestigio, ambire al potere? Ma cos’è il potere se non la facoltà del privilegio? E cosa il privilegio se non un diritto, una concessione in più rispetto agli altri? La concessione della conoscenza non è un diritto derivato dal potere e strumento di potere a sua volta? Fornendo privilegi immediati, alternativi a quelli promessi dalla gerarchia ecco che è più facile trasformare degli individui in “cospiratori”.
I motivatori aziendali cercano di far sentire i dipendenti di una società come parte di una squadra, ritraendo il mondo commerciale come fosse un campionato senza fine o uno sterminato teatro di guerra. Ebbene, far parte degli Anonymous significa anche “far parte di qualcosa”, avere una voce in un mondo che propone poche icone e tanti fan. Significa elevare il proprio anonimato a valore, a forza. E tutto questo potrebbe anche significare vincere.
Mentre io e molti di  voi ora ci interroghiamo –forse anche con preoccupazione- sull’uso che gli Anonymous faranno di Stuxnet, altri stanno semplicemente gioendo come se il messaggio di Atopiary fosse una vittoria. E una vittoria anche personale. E’ un atteggiamento da condannare? Più  semplicemente queste sono le dinamiche di una comunità, le stesse che ci fanno dire “abbiamo vinto” quando la nostra squadra del cuore vince una partita. Non siamo scesi in campo, non abbiamo giocato, ma abbiamo partecipato da tifosi e come tali siamo parte di una comunità.
Sempre riferendoci a questa metafora sportiva, una volta analizzato lo stato d’animo e le modalità di partecipazione dei “tifosi” dovremmo ora interessarci dei “giocatori”: sono questi gli Anonymous?
Ho fatto -in questa ed in altre occasioni- riferimento ad un “progetto”. Perché? Analizzando i fatti di dicembre era facile comprendere la svolta epocale rappresentata dalla partecipazione richiesta dagli Anonymous e quando i numeri di questa partecipazione sono diventati evidentemente importanti, era altrettanto facile prevedere un completo successo per Operation Payback. Ma successivamente che ne sarebbe stato degli Anonymous e di questo inaspettato patrimonio di adesioni? Ricordiamo che tutto è iniziato apparentemente con un temporaneo cambiamento di obiettivi (in precedenza le majors musicali e il copyright). Ma in breve questo cambiamento è diventato una totale conversione che ha trasformato gli Anonymous da cinici e caustici osservatori della Rete -e dei suoi più meschini e bigotti esempi- a paladini di Wikileaks.

Ma gli Anonymous non sono un’organizzazione. Quella degli Anonymous è una bandiera che a volte ha avuto il potere di riunire idealmente degli hackers sotto un unico stemma. E’ quindi tempo di porci una domanda: è davvero così? Siamo al 15 febbraio 2011 e tutto è iniziato solo a dicembre dello scorso anno, ovvero tre mesi fa. In circa 90 giorni gli Anonymous hanno rivoluzionato il modo d’intendere Internet e hanno creato sottocomunità nazionali, ognuna col suo blog, la sua pagina facebook, il proprio account Twitter e soprattutto le sue “Operations”. Oltre a ciò hanno creato Crowdleaks e adesso anche Anonleaks, ovvero due nuove comunità costituite di volontari che fanno assomigliare sempre più gli Anonymous al “braccio armato” di Wikileaks o a una sua versione “cattiva”, libera in tutti i modi in cui non può esserlo l’organizzazione di Assange e soci (e spero abbiate colto la citazione).

Se questo non è il frutto di un’organizzazione fortemente strutturata (almeno ai vertici), se non è il risultato di un preciso progetto, cosa lo è? Tanto di cappello agli Anonymous, a Wikileaks, a Tor e quindi agli hackers. A una comunità che in silenzio ha perseguito i propri ideali sfruttando l’ignoranza dei non adepti e in special modo di coloro che hanno finanziato tecnologie apparentemente utili a diversi scopi, ma principalmente finalizzate a perseguire l’obiettivo dei suoi sviluppatori. Un obiettivo che probabilmente è semplicemente quello di rendersi indipendenti.
PROMOZIONE DI APT-GET PER SISTEMI LINUX
Sono onesto e non voglio che le mie considerazioni personali creino dei preconcetti, delle illusioni o che servano a corroborare l’ennesima ipotesi di complotto. Certe mie conclusioni si basano in parte su dati e in parte su semplici indizi. Per gli uni e per gli altri ho fornito -in questo ed in altri spazi- fonti, riferimenti e riscontri, ma tutti i dati e gli indizi a disposizione non possono dimostrare completamente l’architettura disegnata fin qui. Quanto detto è fortemente probabile, ma non è certo. Eppure non costituisce nemmeno l’incipit di un romanzo di fantascienza. Non è insomma un insieme di pure e semplici illazioni.
La dimostrazione arriva da due elementi che dovevano realizzare un articolo a sé stante e che invece rientreranno in questo pezzo apparentemente infinito. Il tema è ancora una volta Internet e in particolare la sua tutela. Ma da parte di chi?
Il 5 febbraio scorso giungeva notizia della presentazione al Senato degli Stati Uniti di un particolare Disegno di legge. Il titolo del Ddl è il seguente: “Protezione del cyberspazio come patrimonio nazionale” ed è un titolo che ha del grottesco, perché sebbene Internet e la sua prima versione “Arpanet” siano state create e sviluppate negli Stati Uniti dagli sforzi congiunti del Governo federale e di una vecchia conoscenza dei lettori di Nautilus, ovvero la DARPA, Internet è ormai patrimonio del mondo intero.
Non bastasse la Storia a sancire questa verità incontrovertibile, dal 1991 -ovvero dalla nascita del World Wide Web- a dimostrarlo ci pensa la stessa struttura della Rete, costituita di segmenti indipendenti tra loro. La rete americana è infatti slegata da quella russa, da quella europea, ecc.
Dove risiede il problema allora se gli americani vogliono tutelare la propria rete come un qualunque patrimonio nazionale? Innanzitutto facciamo attenzione ai termini. Il cyberspazio non si limita alla rete americana, ma comprende la rete mondiale. Inoltre sussiste una differenza non di poco conto tra Governo e cittadini, classe politica e società civile. La maggioranza politica al Governo e al Parlamento, così come al Senato rappresenta la maggioranza votante dei cittadini americani, ma ciò non significa che quegli stessi cittadini siano ogni giorno e in ogni atto concordi con i propri rappresentanti, anzi. Per questo esistono dei mandati a termine e non delle cariche perpetue. Per questo esistono le elezioni. Per finire, dunque, l’esistenza e la presentazione di un simile Ddl al Senato statunitense non significa automaticamente che gli americani siano d’accordo nel considerare il cyberspazio come un patrimonio nazionale o che considerino utile un simile Ddl. Si può dire, semmai, che per molti è vero il contrario.
TIM BERNERS-LEE NEL 1991
Difatti questo particolare Ddl, più che famoso è “famigerato” negli Stati Uniti. Apparentemente votato a precipitare le peggiori paranoie orwelliane nella realtà, il Ddl attribuirebbe al Presidente la facoltà di dichiarare lo “stato di cyber-emergenza” e durante questo periodo (di durata limitata e prorogabile solo con il consenso del Congresso) il Presidente potrebbe addirittura ordinare l’interruzione del traffico Internet.
A questo punto ogni considerazione è puramente accademica. Siamo di fronte ad un Ddl gravissimo tanto per la teoria dei diritti civili quanto per la pratica dell’esistenza di Internet perché anche se la Rete –come precisato in precedenza- è strutturata in segmenti indipendenti e quindi il Presidente avrebbe potere di “spegnere” solo la rete americana, è anche vero che molti dei contenuti primari di Internet sono ancora tutti là, patrimonio di server e provider siti in territorio americano.
Avere la facoltà di spegnere la rete americana significa quindi ancora avere la facoltà di dare un colpo micidiale a tutta Internet così come all’economia mondiale. Con questa norma si sostanzia nella pratica la possibilità di un ricatto a livello globale? Certamente sarebbe un forte contrappeso che gli Stati Uniti (anzi, il Governo degli Stati Uniti) potrebbero porre sul piatto della bilancia delle relazioni internazionali, l’ennesimo. Ma questo Ddl è in contrasto con un qualche altro ordinamento? La risposta è si.
Purtroppo l’ordinamento in questione non ha valore giuridico, ma ideale. E’ una Dichiarazione cui probabilmente aderisce la totalità degli utenti di Internet, ma non è stata votata da un parlamento e non è legge di uno Stato, quindi “non ha valore”. Certo è strano leggere quest’ultimo virgolettato tenendo presente a quale dichiarazione ci stiamo riferendo e quali siano i suoi contenuti. Questo documento assume infatti una realtà totalmente opposta, affermando che nel territorio particolare di cui è carta fondamentale sono semmai gli Stati e le loro leggi a non avere significato, valore, potere.
Siamo di fronte ad un’empasse che per certi versi ricorda la lotta per l’indipendenza sostenuta proprio dagli Stati Uniti contro gli inglesi. Siamo di fronte all’ennesima Costituzione non riconosciuta e priva di valore almeno fino a quando essa non possa cominciare ad esercitarsi come legge di un certo territorio e dopo che questo abbia raggiunto la propria indipendenza dal potere che su quel territorio presume di esercitare il proprio controllo e di applicare le proprie leggi. Ma in questo caso il territorio di cui stiamo parlando è ovviamente il cyberspazio e lo scontro è tra la realtà fisica e quella virtuale, tra un mondo fatto di confini e bandiere e uno che assume quegli stessi confini come autoesclusioni, come esili volontari.
E’ giunto il momento di fare un passo indietro, anzi: un vero e proprio salto, fino al 9 febbraio del 1996. Il World Wide Web è nato cinque anni prima e questi cinque anni sono stati sufficienti perché negli Stati Uniti e nel mondo si cominciassero a notare i primi malumori politici, i primi ripensamenti riguardo a Internet e alle sue libertà, in prima istanza d’espressione. Proprio nel 1996 e proprio a febbraio passa infatti una prima legge di regolamentazione di Internet, il Telecom Reform Act. Sono in molti a non essere contenti per l’approvazione di questa “riforma”, ma uno più di altri.
JOHN PERRY BARLOW
Questa persona risponde al nome di John Perry Barlow, poeta, saggista e attivista americano. Per i repubblicani probabilmente solo un gran bastardo, ma per il sottoscritto una di quelle persone con la rara dote di saper sempre essere dalla parte giusta del mondo. E quando di parti giuste in un mondo non ne esistono più, di sapersi scegliere anche il mondo a loro più congeniale. Per Barlow, poi, questa considerazione è ancora più vera e ora scopriremo il perché.
Quel 9 febbraio Barlow era piuttosto arrabbiato (per usare un eufemismo). Arrabbiato, deluso e sconcertato dai contenuti del Telecom Reform Act, dalla sua conversione in legge e dai numeri legati alla sua approvazione. Tutti questi sentimenti lo conducono ad uno sfogo che in ogni altra persona si limiterebbe a diversi mobili e suppellettili sfasciati contro dei muri ma che in Barlow diventa il bisogno di massacrare un foglio bianco a colpi di penna e di parole. E così che probabilmente nasce uno dei migliori esempi da sbattere in faccia a chi chiede a cosa servano tanto la poesia quanto i poeti: la Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio, della quale riporto il testo integrale e che pochi giorni fa ha compiuto quindici anni

Date: Fri, 9 Feb 1996 17:16:35 +0100

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