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Le nuove regole sulla flessibilità. Ceccardi (Federmeccanica): dialogo sui contratti del futuro – Il Sole 24 ORE.

È rimasto stupito dal clamore suscitato dalla proposta elaborata dal direttivo della Federazione. Dalle reazioni immediate nel mondo del sindacato e della politica, divisi tra favorevoli e contrari sull’ipotesi di rendere alternativo il contratto nazionale e quello aziendale.

«Il nostro è un’invito a ragionare su un’ipotesi, nel solco indicato dall’accordo interconfederale del 2009, che ha inserito un sistema di deroghe ampio rispetto al contratto nazionale. Si tratta di prenderne atto, prevedendo in modo trasparente un contratto collettivo tagliato sulla singola realtà d’impresa, fermi restando alcuni contenuti minimi comuni», spiega Pierluigi Ceccardi, presidente di Federmeccanica.

Si tratta di una novità comunque importante…

È utile chiarire i termini della questione che mi sembra abbia sollevato un polverone improprio. Tutto nasce da un comunicato stampa emesso al termine di una riunione del nostro Consiglio direttivo che dà conto della discussione che c’è stata. Tra le altre cose vi si legge che il Consiglio ritiene necessario procedere rapidamente sulla via della flessibilizzazione del nostro modello contrattuale proseguendo lungo il percorso aperto dall’accordo interconfederale del 15 aprile 2009. A questo proposito ritiene anche che sarebbe utile prendere in considerazione l’ipotesi di integrare quell’accordo con la previsione della possibile alternatività tra contratto specifico per determinate situazioni aziendali e contratto nazionale. È un invito a ragionare su un’ipotesi.

Si vuole cancellare o comunque ridurre la portata del contratto nazionale?

La proposta non intende certo cancellare il contratto nazionale, ma consentire una più chiara definizione di un sistema contrattuale flessibile e adattabile alle esigenze aziendali laddove necessario. Il contratto nazionale manterrebbe la sua funzione per la stragrande maggioranza delle aziende. Quello che dico è confortato anche dall’esperienza tedesca, dove questo problema è stato affrontato con qualche anno di anticipo rispetto a noi: la percentuale di aziende che, insieme al sindacato, ha scelto l’opting out è nell’ordine del 7%. Questo tema della flessibilità contrattuale è particolarmente sentito in un settore come il nostro che è fortemente esposto alla competizione globale e nel quale operano numerose imprese multinazionali. Segnalo che in alcuni casi l’impossibilità di avere un contratto aziendale con regole conformi a quelle proprie degli altri stabilimenti è un potente freno ad insediare stabilimenti nel nostro paese mentre tutti sappiamo quanto bisogno abbiamo di attrarre capitali esteri.

Federmeccanica non rischia di veder diminuito il suo ruolo?

Direi proprio di no. Non abbiamo alcun orticello da difendere ma non siamo neanche degli autolesionisti. Il contratto nazionale resta lo strumento principale del sistema contrattuale e gli accordi aziendali sarebbero comunque dentro le regole generali concordate, con un ruolo immutato, e forse addirittura accresciuto, di assistenza alle imprese per il sistema nelle sue articolazioni territoriali.

In Italia però, viste le reazioni, questa ipotesi non sembra essere matura…

Non sono d’accordo e vorrei richiamare i seguenti fatti: la presidente Marcegaglia ha annunciato per la primavera una proposta rivolta ai sindacati per farne la base dei futuri contratti. Nel governo, il ministro Sacconi proprio in questi giorni ha parlato di contratti aziendali che devono essere “sovraordinati” rispetto a quelli nazionali; nell’opposizione, il senatore Ichino ha dedicato a questo tema una ingente mole di lavoro di analisi e di proposta; sul piano delle relazioni sindacali, Fiat e sindacati hanno firmato un contratto sostitutivo del contratto collettivo dei metalmeccanici pur facendo ad esso ripetuti riferimenti. Si aggiunga a tutto ciò che nel nostro contratto di categoria abbiamo disciplinato un sistema che consente contratti aziendali ampiamente derogatori di quello nazionale con il solo vincolo del rispetto dei minimi. Mi domando allora se non valga la pena prendere atto di questo insieme di evidenze convergenti e rendere chiaro e trasparente il principio che laddove ci sia l’esigenza condivisa da imprese e lavoratori di avere un contratto collettivo completamente tagliato e cucito sulla propria realtà d’impresa questo possa essere possibile fermi restando alcuni contenuti minimi comuni.

Non si rischia di aprire la strada ad accordi pirata fatti per sottrarsi alle regole comuni?

Nel comunicato del Consiglio direttivo, insieme alla suggestione sulla possibile alternatività dei contratti, si torna a rivolgere un forte invito alle Confederazioni affinché si apra il confronto sul sistema di rappresentanza che, secondo noi, deve avere l’obiettivo di condividere e garantire regole certe per la stipula dei contratti, a qualsiasi livello, certezza nella loro applicazione senza diritti di veto delle minoranze, regole e procedure impegnative per tutti circa l’esercizio del diritto di sciopero.

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