Rudolf Elmer spiega la sua alleanza con Julian Assange. L’ex dirigente della Julius Baer è stato condannato a Zurigo per due mail compromettenti. E poi arrestato
Julian Assange e Rudolf Elmer
Il banchiere più ricercato della Svizzera, il pericolo pubblico numero uno della piazza finanziaria, si è presentato ieri in tribunale a Zurigo sbarcando dal tram numero tre alle sette e mezza del mattino. Rudolf Elmer, 55 anni, doveva rispondere di violazione del segreto bancario. Tempo dieci ore, e al termine di un processo lampo è arrivata la sentenza: 8 mesi di reclusione (con la condizionale) e 7.400 franchi di multa, circa 5.500 euro. E poco dopo è stato anche arrestato. A peggiorare la sua situazione la consegna ad Assange, nel giorno del giudizio, dei due cd con i file riservati della sua banca.
Un verdetto largamente atteso per un manager che ha osato sfidare il potere, quello vero, che governa la Svizzera. E cioè il sistema finanziario: banche, fiduciarie, grandi gestori di patrimoni.
Dalle Cayman al tribunale
“Ma io comunque non ho nessuna intenzione di fermarmi”, ha ribadito anche ieri Elmer durante una pausa del processo, pochi minuti prima della lettura della sentenza. “Vado avanti perché la gente deve conoscere come funziona l’industria criminale della finanza off shore”, attacca il banchiere, occhialini tondi, abito scuro, camicia rosa senza cravatta, seduto davanti a un cappuccino fumante in una caffetteria del centro di Zurigo, la capitale della finanza elvetica.
Elmer era accusato di aver divulgato informazioni riservate sui clienti della banca Julius Baer, dove ha lavorato fino al 2002. Informazioni segrete, segretissime, perché venivano dalle isole Cayman, il paradiso caraibico degli evasori fiscali e, spesso, anche dei riciclatori di denaro sporco. Va detto che il manager è stato chiamato a rispondere di alcuni messaggi di posta elettronica in cui avrebbe semplicemente minacciato di rendere di pubblico dominio le pratiche illegali di cui era venuto a conoscenza per lavoro. Alcune di queste mail erano di dubbia provenienza ed Elmer ha sempre negato di averle inviate. In realtà i suoi guai derivano in buona parte da due cd zeppi di dati di cui si è impossessato dopo il licenziamento. Diecimila file che raccontano i depositi off shore di un esercito di evasori fiscali con residenza negli Stati Uniti e in mezza Europa: Germania, Gran Bretagna, Svizzera e, forse, anche l’Italia. La lista comprenderebbe anche numerosi personaggi famosi, tra cui star dello spettacolo e una quarantina di politici.
Tre giorni fa, a Londra, Elmer ha consegnato quegli stessi cd nelle mani di Julian Assange, il fondatore del sito Wikileaks che ha svelato al mondo i dossier segreti, e spesso imbarazzanti, della diplomazia americana. I nominativi della lista non sono mai stati divulgati per intero e molti, soprattutto in Svizzera, hanno messo in dubbio la credibilità di Elmer, descritto in alcuni velenosi articoli della stampa locale come un mitomane, un personaggio mentalmente instabile che cerca di vendicarsi dopo essere stato messo alla porta dalla banca dove ha lavorato per molti anni. Lunedì è stato lo stesso Assange a offrire una sponda, quantomeno mediatica, al banchiere. Adesso saranno i consulenti di Wikileaks a verificare il contenuto di quei diecimila file e le informazioni giudicate attendibili verranno divulgate con conseguenze potenzialmente devastanti per il sistema bancario della Confederazione reduce tra l’altro da una dura battaglia con il governo di Barack Obama. Alla fine la Casa Bianca ha imposto a Berna la consegna di una lista di duemila clienti americani dell’Ubs, la più grande banca svizzera, accusati di evasione fiscale negli Stati Uniti. Una sconfitta storica per la Svizzera, che era sempre riuscita a difendere con successo il sacro proncipio del segreto bancario.
La prossima bomba pronta a esplodere potrebbe essere proprio la lista Elmer. E il “metodo Wikileaks”, come si è visto nel caso dei dispacci diplomatici americani, minaccia di amplificare dismisura la portata dell’esplosione. Gli svizzeri si difendono attaccando. E così l’ex banchiere della Julius Baer è già finito alla sbarra, ha subito una prima condanna con la prospettiva di subirne un’altra ancora più dura se davvero nei prossimi mesi la sua lista segreta venisse resa pubblica.
La prima volta con Assange
Elmer ha già passato un mese in carcere nel settembre 2005, quando venne ritenuto responsabile della fuga di notizie che portò alla pubblicazione di un articolo sul settimanale svizzero Cash. Nell’inchiesta giornalistica si faceva riferimento ad affari sospetti della banca Julius Baer, ma senza citare nomi o fatti concreti. Due anni dopo, nel dicembre 2007, Elmer si è rivolto una prima volta a Wikileaks che divulgò in minima parte (solo tre o quattro nomi) le informazioni dei cd. Queste prime rivelazioni non hanno finora portato a nessun risultato concreto sul fronte delle indagini giudiziarie. E questo fatto ha contribuito a minare non poco la credibilità del banchiere assetato di giustizia.
Julius Baer, che nel frattempo è passata sotto il controllo del colosso Ubs, ha sempre attaccato Elmer descrivendolo come un falsario ricattatore. Nel tentativo di smascherarlo, la banca ha assoldato un piccolo esercito di investigatori privati. Senza risultati concreti. Dice Elmer: “Non sono un ricattatore, sono un whistleblower”. Ovvero, tradotto dall’inglese, un funzionario che rompe l’omertà di una grande azienda o di qualunque altra istituzione per rivelare fatti illegali di cui è venuto a conoscenza per motivi di lavoro. Insomma, Elmer sarebbe un pentito della finanza sporca.
Resta aperto, però, un interrogativo fondamentale. Perché lo ha fatto? Perché il banchiere zurighese a un certo punto ha scelto di attaccare quel sistema di cui per anni e anni è stato un fedele servitore? “Non l’ho fatto certo per i soldi”, risponde il banchiere, che sostiene di aver rifiutato offerte per centinaia di migliaia di franchi in cambio del suo silenzio. “Più semplicemente – racconta – quando ho cominciato a fare carriera all’interno della banca ho potuto avere le prove di fatti che prima potevo solo immaginare”. Da qui la decisione di denunciare i crimini finanziari dell’industria dell’off shore, dei paradisi fiscali che consentono ai ricchi della terra di diventare ancora più ricchi e alle banche di incassare profitti immensi.
Elmer ama raccontarsi come un figlio del popolo. Padre ferroviere, madre donna delle pulizie a servizio anche nella casa della famiglia Baer, i padroni della banca dove il giovane Rudolf, completati brillantemente gli studi, trovò poi un impiego. “Anche come banchiere sono sempre rimasto fedele ai valori che mi hanno trasmesso i miei genitori”, dice Elmer. Il giudice del tribunale di Zurigo ieri non gli ha creduto. “Non penso che lei faccia tutto questo per amore di verità”, afferma in sostanza un passo della sentenza letta in aula ieri sera. Risultato: 8 mesi di galera. Pena sospesa, solo per 3 ore.






























