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Liberazione.it.

di Fabio Sebastiani

Li definiscono “genereazione Neet”, acronimo che sta per “Non in education, employment or training”. Nell’area dei cosiddetti paesi sviluppati, e sotto botta della crisi, secondo i dati diffusi ieri dall’Ocse, sono circa 17 milioni. Sono i giovani che non studiano e non lavorano: una parte di loro ha anche rinunciato a cercare lavoro. Una condizione non nuovissima ma preoccupante nelle dimensioni in cui si sta manifestando. In Italia, i “Neet” sono più di due milioni. Tanti, se si considera il “peso” che il Bel Paese ha nel prodotto lordo globale. Infatti, sempre secondo l’Ocse, figura penultima nella classifica mondiale per l’occupazione in questo segmento del mercato del lavoro: con il 21,7% fa meglio solo dell’Ungheria, ferma al 18,1%, ed è ben al di sotto della media dei Paesi membri, 40,2%.
L’appello dell’Ocse, considerando che i giovani «hanno il doppio delle possibilità di trovarsi senza lavoro rispetto alle altre fasce d’età, e la loro situazione non accenna a migliorare», ai governi dei paesi industrializzati è ad occuparsi con urgenza del problema per scongiurare il rischio di «esclusione a lungo termine».
Dall’inizio della crisi, riporta lo studio, nell’area Ocse ci sono 3,5 milioni di giovani disoccupati in più, e almeno 16,7 milioni di ragazzi sono nel cosiddetto ‘gruppo Neet’. Ma la cosa più preoccupante, sottolinea l’organizzazione parigina, è che tra questi ultimi solo 6,7 milioni sono in cerca di un impiego, mentre gli altri 10 milioni hanno smesso di cercare, scoraggiati dalla situazione. Inoltre, l’Ocse consiglia di «rinforzare l’apprendistato e altre forme di training integrato per giovani con competenze di basso livello» e di «incoraggiare le aziende ad assumere i giovani, fornendo sussidi temporanei, in particolare per le piccole e medie imprese».
Tra gli occupati inoltre, riporta ancora lo studio, il 44,4% ha un impiego precario, e il 18,8% lavora solo part time. Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo, e il 15,9% appartiene al cosiddetto gruppo ‘neet’, che non studiano nè lavorano.
Tornando al capitolo sull’Italia, l’Ocse sottolinea l’aumento dal 2008 al 2009 della pressione fiscale, controcorrente rispetto agli altri paesi. Così l’Italia scala una posizione e con il 43,5% si colloca al terzo posto, subito dopo Danimarca e Svezia, Paesi che tradizionalmente associano a un welfare a tutto tondo anche un peso di tasse e contributi notevole. Nella media dei 33 Paesi Ocse, invece, la pressione fiscale si è attestata al 33,7%, «il livello più basso dagli inizi degli anni ’90», fa notare l’organizzazione di Parigi. Era il 34,8% l’anno prima e il 35,4% nel 2007.
I paesi con la minore pressione fiscale sono Messico (17,5% del Pil) e Cile (18,2%), ma le tasse pesano poco anche negli Stati Uniti, dove il livello (24%) è meno della metà di quello danese. Nel “Revenue Statistics” 2010 si evidenzia come in quasi la metà dei paesi Ocse la pressione fiscale sia scesa per due anni di fila: in Canada, Francia, Islanda, Irlanda, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito, invece, la diminuzione delle tasse rispetto al Pil va avanti da tre anni. In termini percentuali la riduzione più forte della pressione fiscale fra il 2007 e il 2009 si è avuta in Spagna (dal 37,3 al 30,7% del Pil), Islanda (dal 40,6 al 34,1%) e Cile (dal 24 al 18,2%).
I sindacati, commentando i dati, chiedono al governo di occuparsi «urgentemente» della riforma fiscale. «Una riforma strutturale del fisco va rilanciata – dice Maurizio Petriccioli della Cisl – per fornire un sostegno efficace in questa grave congiuntura economica ai lavoratori, ai pensionati e alle loro famiglie». Domenico Proietti della Uil chiede che «già all’inizio del 2011 ci sia un primo intervento di riduzione delle tasse ai lavoratori dipendenti e ai pensionati». Per Danilo Barbi della Cgil «servirebbe urgentemente una riforma che riduca il prelievo fiscale sui lavoratori, sui pensionati e sulle imprese che investono ma è veramente difficile che l’attuale governo voglia farla». Scettica sul progetto di riforma fiscale l’opposizione: «La pressione fiscale in Italia continua ad aumentare – dice il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina – mentre il governo Berlusconi continua a rinviare la riforma. I dati dell’Ocse smascherano le bugie ripetute dal presidente del Consiglio. Con il 43,5% siamo al massimo dell’ultimo quindicennio, in cima alla classifica europea».

in data:16/12/2010

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