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Il Riformista.

di Michele Anselmi

Il regista Daniele Luchetti e la manifestazione di ieri contro i tagli alla cultura: «Bondi dice che siamo tristi, ma è il Paese a esserlo. Non siamo dei privilegiati: noi creiamo lavoro».

C’era anche Daniele Luchetti, insieme a tanti altri, da Marco Bellocchio a Paolo Sorrentino, da Paolo Virzì a Riccardo Scamarcio, ieri sera a Fontana di Trevi, nonostante il maltempo. Lì riuniti, ripresi in diretta dalle telecamere di “Annozero”, per protestare contro i tagli al cinema, allo spettacolo e più in generale alla cultura. “Macerie” il titolo inequivocabile della trasmissione, alla quale hanno partecipato, impegnati in singolar tenzone, non solo sui crolli a Pompei, il ministro Sandro Bondi e l’ex ministro Walter Veltroni, mentre questo giornale era già in stampa. Ma di sicuro la folla di cineasti, la stessa che a fine ottobre s’era impadronita pacificamente del tappeto rosso all’Auditorium, ha offerto un notevole colpo d’occhio al pubblico televisivo. Luogo scelto non a caso da Santoro: la fontana della “Dolce vita”, della burrosa Anita Ekberg che grida «Marcello!», del rito felliniano mille volte ripreso e copiato.
A dirla tutta, il regista di La nostra vita e Mio fratello è figlio unico avrebbe preferito un posto diverso. «Tutto questo richiamo al cinema del passato, tra fontane illuminate e tappeti vermigli, non mi convince, il rischio è di adagiarsi su un cliché. Come se un videoartista parlasse davanti alla Gioconda. Poi intendiamoci: Fellini è un dio del cinema, La dolce vita un capolavoro assoluto. Ma il cinema di oggi è un’altra cosa. Forse andrebbero riformulati i modi di autorappresentazione, mettendo da parte la nostalgia».
Fatta la premessa, per Luchetti la sostanza è questa: «Il mercato da solo non riesce a sostenere una cinematografia nazionale. Per questo, dappertutto in Europa, esistono leggi in materia. Che poi sia un finanziamento diretto o il sistema che si autofinanzia è una scelta che spetta alla politica. Non si vuole più l’aiuto pubblico? Bene, anzi male, perché senza il contributo ministeriale un film come Gomorra non si sarebbe mai fatto. In ogni caso bisogna fare in modo il cinema sia finanziato dall’intera filiera: intendo televisioni, provider telefonici, internet, eccetera. Si chiama tassa di scopo».
Del ministro Bondi, che ha sistemato il figlio della fidanzata Manuela Repetti in un ufficio della Direzione cinema, Luchetti preferisce non parlare. «No comment. Mi limito a ricordare che il ministro è sempre prodigo di richiami etici nei confronti del cinema italiano. Ma non sta qui il problema. Che si chiami Bondi o Bruni, auspico la presenza di un ministro vero. Finalmente disponibile a incontrarci, a confrontarsi, senza fare sempre l’offeso. Bondi dice che il cinema va svincolato dalla politica. Allora si occupi di fare regole serie, non punitive o demagogiche, prima di stroncare sul piano estetico e morale il cinema italiano. Ci rimprovera, vestendosi da critico, di fare film pieni di pessimismo e mestizia. Ma è il Paese, mi pare, che sta mandando un messaggio pessimista e mesto».
Reduce da una mattinata al Centro sperimentale, dove insegna regia, Luchetti non ci sta a passare per un “privilegiato”, un “parassita”, un “accattone”. «Questa storia, cara al ministro Brunetta, è una fesseria. Sono almeno quattro anni che la destra sta costruendo le basi culturali per darci una bastonata. Eppure dovrebbero sapere che oggi i registi fanno, in media, un film ogni tre anni. Quarant’anni fa era diverso. E gli attori, anche i più gettonati, sono esposti alle leggi del mercato, nessuno è sopravvalutato. I registi e gli attori che guadagnano sono quelli che fanno guadagnare. Io sono in una via di mezzo. Mi mantengo facendo pubblicità, come tanti». E ancora: «Sì, quella del privilegio è un’accusa strumentale. L’audiovisivo è un’industria che solo nel Lazio dà lavoro a circa 250mila persone. Se calano gli investimenti, se il governo non rinnova il tax-credit o reintegra il Fus, se cresce la delocalizzazione dei set, beh, vedo un futuro nero, fatto di disoccupazione e costi sociali».
Parafrasando Robert Kennedy, Luchetti ricorda che il successo di un Paese non si misura solo sulla base del Pil: «Bisogna anche vedere cosa fa la felicità delle persone. Tra avere 20 euro in tasca o 10 euro e un libro, beh, io preferisco la seconda opzione». Magari la fa un po’ facile. E tuttavia, di fronte al ministro Tremonti che smentisce di aver mai detto l’esecrata frase «Con la cultura non si mangia», il regista precisa: «Se è così gli chiederemo scusa, mi impegno io in prima persona. Ma intanto mantenga le promesse fatte dal governo in materia di Fus e sgravi fiscali». Neanche un’autocritica da fare? «Diciamo che dobbiamo conquistare il pubblico facendo più film e di maggiore qualità. La gente poi risponde. Ha visto cosa sta succedendo con Noi credevamo? Mi dia retta. Il problema del cinema italiano è quando è brutto, non quando è troppo».

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