In Svizzera dove è possibile la dolce morte Nel ricordo di Welby ed Eluana Englaro – Corriere della Sera
Svizzera, estate 2010. Attraversare il confine italiano dal passo del San Gottardo per affrontare il tema del fine vita è come oltrepassare una porta su un’altra dimensione, tanto sono distanti le posizioni tra il nostro Paese e la confinante Svizzera. Lo abbiamo fatto con Current, per realizzare un reportage Vanguard Italia sul suicidio assistito, tema che è da anni oggetto di guerreggiati dibattiti sociali e accese controversie etiche, religiose, morali, politiche, legislative.
Mentre in Italia la legge sul testamento biologico, primo passo per un confronto sulla «dolce morte», è fermo nelle burocrazie parlamentari dal 2009 e le posizioni si scontrano anche sulle definizioni di base, la Svizzera ha preso una decisione ferma: accettare, assecondando il principio della autodeterminazione dell’essere umano, la possibilità che un cittadino affetto da una malattia incurabile possa decidere di porre fine alla propria vita. Nel nostro Paese sono circa 250mila i malati terminali che ogni anno cercano di alleviare la loro sofferenza. Tra le tante storie che si consumano nelle corsie degli ospedali o nella solitudine delle case solo poche arrivano all’opinione pubblica. E scoppia il caso. Sono nomi ormai noti, simbolo di scelte difficili: Eluana Englaro, Piergiorgio Welby.
Il suicidio assistito spesso viene usato nel dibattito politico come bandiera e non come argomento su cui confrontarsi concretamente. Testimonianza ne è il fatto che dopo l’approvazione lampo al senato nel 2009 sulla scia del caso Englaro, il dibattito si sia arenato nelle commissioni. In Svizzera troviamo una situazione profondamente diversa. Da ormai vent’anni un malato allo stadio terminale può fare richiesta per un suicidio assistito a una delle sei associazioni che offrono il servizio. Una volta certificato lo stadio terminale o degenerativo della propria malattia, si deve dimostrare di essere in grado di intendere e volere, e fermo nella propria decisione di morire. Dopo aver ricevuto l’ok definitivo dai medici, gli assistenti comprano in farmacia il cocktail letale di farmaci che la persona dovrà ingerire da solo (da qui «suicidio assistito» e non «eutanasia»).
Durante le riprese in Svizzera abbiamo seguito le attività della Dignitas, la più grande associazione per il suicidio assistito che accetta anche stranieri. Abbiamo filmato le laboriose procedure di verifica dei requisiti e attraverso la loro intermediazione siamo riusciti a intervistare due persone che erano all’atto finale: un sessantenne del sud Italia, affetto da anni da una patologia incurabile e un inglese ottantenne che qualche anno fa in seguito ad un incidente è rimasto paralizzato. Li abbiamo affiancati in questo grande tabù che è la morte, così vicina e desiderata e contemporaneamente temuta e fuggita. Insieme alle loro voci abbiamo ascoltato anche quelle di amici e parenti che li accompagnano nell’ultimo viaggio e di coloro che lavorano per assisterli nel passaggio consapevole tra la vita e la morte. Umanità che s’intrecciano per capire come non esista una verità assoluta sul fine vita, ma diverse esperienze che evidenziano l’esigenza di un doveroso dibattito aperto sul concetto di libertà di scelta.
Edoardo Anselmi
Elena Sciotti
29 ottobre 2010(ultima modifica: 02 novembre 2010)
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