
NEW YORK
I particolari emersi dal lungo dossier lo confermano, come gli «uomini mina», civili iracheni mandati avanti su strade infestate da IED come apripista ai plotoni americani. O i 300 casi di abusi di prigionieri di guerra da parte di militari Usa persino dopo l’aprile 2004, quando scoppiò lo scandalo del carcere di Abu Ghraib. Tra i singoli episodi c’è quello dell’elicottero Apache che sparò e uccise due iracheni nonostante questi si fossero arresi. Il motivo? «Erano un bersaglio valido perché nessuno può arrendersi a un velivolo». Specie se questo, un Crazyhorse 18, è lo stesso coinvolto qualche tempo più tardi nell’uccisione di due giornalisti della Reuters.
I militari iracheni non sono certo da meno, secondo WikiLeaks, viste le violenze nei confronti dei connazionali da loro stessi detenuti, anche se sino ad oggi poco era emerso in questo senso: almeno sei prigionieri, se non di più, sono morti mentre erano in stato di detenzione per le percosse ricevute. I soldati dell’esercito americano tenevano un registro delle vittime civili della guerra, ma questo fino a oggi è rimasto segreto. Capitolo a parte meritano i cosiddetti contractor, gli eserciti della sicurezza privata il cui ruolo in Iraq è stato ben superiore a quanto finora si sapesse. Dai documenti emerge che per contractor come Blackwater, Custer Battles e decine di altri, l’Iraq è stato un vero Far West, uno scenario di guerra senza disciplina, o il rispetto delle più elementari regole di ingaggio.
C’è’ poi il fattore Iran: Al di la’ delle scelte strategiche occorre dire che aveva ragione George W. Bush, Teheran ha avuto un ruolo politico e militare fondamentale nella guerra in Iraq. Il revisionismo nei confronti dell’ex presidente è opera del New York Times secondo cui i documenti dell’organizzazione di Assange, confermano la validità delle preoccupazioni con cui Bush e il suo entourage vedevano il coinvolgimento dell’Iran nel conflitto. A confermarlo sono i report dell’intelligence militare Usa secondo cui il terrorista Azar al-Dulaymi, considerato il capo delle milizie sciite irachene era stato addestrato nel luglio del 2006 vicino a Qom, in Iran, da membri di Hezbollah che a loro volta erano sotto la supervisione di esperti dei Pasdaran iraniani.
Dulaymi, rimasto ucciso cinque mesi più tardi in un raid aereo, è l’autore del sequestro di quattro soldati americani a Karbala rapiti per essere giustiziati.
L’Iran ha inoltre fornito armamenti di diverso genere, bombe e fucili calibro 50, o il missile terra-aria Misagh-1. Il ruolo dell’Iran tuttavia non sarebbe stato solo militare ma anche politico come dimostra un report del 27 novembre 2005 secondo cui alla vigilia delle elezioni parlamentari di dicembre l’intelligence allertava sul consolidamento del potere di alcuni esponenti filo-iraniani che avrebbero consentito a Teheran di avere maggior influenza su Baghdad. «I contrasti politici tra Usa e Iran per influenzare le sorti dell’Iraq – prosegue il Times – sono continuati con il tentativo del premier Nuri al Maliki di dar vita a una coalizione che includesse anche il leader anti-americano Moqtada al-Sadr».
Ed è proprio il premier uscente e candidato alla guida del prossimo governo a finire nel mirino delle critiche visto che il superdossier sembra provare la corresponsabilità di Al Maliki in diversi episodi di violazioni di diritti umani avvenute dentro e fuori le carceri irachene. Il premier appoggiato per anni dagli Usa in funzione anti-sunnita e benedetto da Teheran come candidato alle prossime elezioni, denuncia di essere vittima di un complotto: «Dietro questa campagna mediatica ci sono obiettivi politici».































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