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Il Riformista.

«è più dura con Obama»

Dana Priest. Ha scoperto l’esistenza delle prigioni segrete della Cia, imbarazzato il governo italiano sul caso Abu Omar e tracciato la mappa dell’immenso apparato di intelligence Usa. Ma è sempre più dura. «Rischiamo guai con la giustizia». L’anti-terrorismo? «Cambiamenti minimi rispetto a Bush». Per questo «serve più trasparenza». Wikileaks aiuta ma «sono ancora immaturi»

di Luigi Spinola

Chiedi due giorni di tempo per scrivere un articolo? Il direttore ti risponderà: «Hai due ore». Al premio Pulitzer Dana Priest il Washington Post ha dato due anni. «Ok, sono una privilegiata – dice ridendo al Riformista – ma lavoro al Post da 25 anni e per i primi 20 ho fatto solo “daily journalism”. Quando mi sono resa conto che avevo abbastanza fonti sull’intelligence, ho chiesto un po’ di tempo al giornale». E per raccontare la Top Secret America di tempo ce ne vuole parecchio.

«È un incubo! Era già dura con Bush, ma con Obama la situazione è addirittura peggiorata. Il presidente non ama le soffiate. Vorrebbe perseguire legalmente i giornalisti che lavorano sui documenti coperti dal segreto. E tutto il materiale che riguarda l’anti-terrorismo è marchiato “top secret”. Se vuoi scriverne, rischi dei guai con la giustizia. Oggi negli Usa solo il governo ha il diritto di dirci come stanno le cose».

Dana Priest non si è mai fatta intimidire. E quando chiede tempo, il Washington Post le dà fiducia. Dopo due mesi di lavoro – era la fine del 2005 – la giornalista rivela al mondo l’esistenza dei “black site”, il sistema di prigioni segrete della Cia. E imbarazza anche il nostro governo con le sue rivelazioni sul caso Abu Omar. Vince così il primo Pulitzer. Il secondo lo porta a casa nel 2008, per la sua inchiesta sull’ospedale militare Walter Reed. Poi decide di fare sul serio. Mette insieme una squadra di una dozzina di giornalisti e dopo due anni di ricerche, il 19 luglio del 2010, Dana Priest e il suo collega William Arkin svelano la mappa di Top Secret America «una geografia alternativa degli Stati Uniti, nascosta agli occhi del pubblico».

Mrs.Priest, la sua inchiesta ha portato alla luce una sorta di mostro burocratico dedicato allo spionaggio – 1.271 agenzie governative, quasi 2.000 compagnie private – che si è sviluppato dopo l’undici settembre per rispondere alla minaccia del terrore. Ma non dà l’idea di una “big brother society”, in cui un potere pervasivo tutto controlla. Anzi, il sistema sembra fuori controllo, e questo forse lo rende anche più pericoloso…
Io lo immagino come una piovra, con tanti tentacoli ma senza testa. Ed è vero, uno può usare parti del sistema senza che il centro lo venga a sapere. È successo ad esempio che forze di polizia locali spiassero pacifici manifestanti perché sospettati di simpatie per i terroristi. Cose del genere sono accadute anche negli anni 50-60, quando polizia e Cia controllavano innocenti cittadini americani. Ma con un sistema così grande e ingestibile il rischio è ancora più alto.

Ma è un sistema che ha reso l’America più sicura?
Da un punto di vista tecnico per certi versi sì, qualcosa è cambiato. Aeroporti, stazioni, frontiere sono più sicuri perché è migliorata la tecnologia e abbiamo più persone, e meglio addestrate. Ma se guardi alla più ampia questione strategica dell’immagine degli Usa nel mondo, la situazione non è certo migliorata. E ogni abuso – vero o presunto – commesso da un americano in terra straniera diventa un potente strumento di reclutamento per i terroristi. Adesso la principale preoccupazione dell’intelligence community sono gli “homegrown terrorist”, nati e cresciuti da noi ma attratti dai qaedisti.

L’allarme attentati però di questi tempi tocca soprattutto l’Europa. So che lei non ha lavorato sull’ultima allerta, riguardo alla pianificazione di attentati stile-Mumbai, quindi mi appello alla sua esperienza. Quant’è affidabile solitamente questo tipo di intelligence? E cosa fa scattare l’allarme?
L’intelligence in materia di prevenzione è certamente migliorata. Subito dopo l’undici settembre i servizi non erano in grado di distinguere le informazioni serie dalla massa di informazioni inutili. Erano terrorizzati dal timore di un altro attentato.Tutto li preoccupava. Adesso hanno affinato la capacità di analizzare le intercettazioni per capire quando c’è davvero un complotto. Ma il problema è che la decisione se lanciare o meno l’allerta non dipende solo dalle informazioni disponibili. I rapporti d’intelligence vengono gestiti dal vertice politico. Ed è difficile per il cittadino valutare l’attendibilità degli avvertimenti. Per questo è importante fare pressione affinché il governo diventi più trasparente.

Nel caso dell’allarme che riguarda l’Europa, fonti americane hanno fatto sapere che l’escalation della guerra “segreta” della Cia in Pakistan era motivata proprio dalla necessità di colpire gli aspiranti attentatori e sventare il complotto. Quasi fosse più una operazione di guerra preventiva, in funzione anti-terrorismo, che un allargamento del teatro di guerra afghano. Le sembra credibile?
Questa amministrazione considera – e legittima – la guerra non dichiarata in Pakistan come una necessità difensiva. Sanno che lo stato maggiore del nemico si trova nelle regioni tribali e vogliono spazzarlo via, per scongiurare nuovi attacchi. Questa almeno è la ratio, molto simile all’approccio adottato da George W. Bush dopo l’undici settembre: al Qaeda ci ha attaccato quindi abbiamo il diritto di fare ciò che consideriamo più opportuno per difenderci, anche rapire e torturare presunti terroristi. Barack Obama ha accettato questa base “legale” per bombardare le regioni tribali del Pakistan.

Quindi lei non crede che vi siano stati dei veri cambiamenti nel modo in cui viene combattuta l’ormai impronunciabile “guerra al terrore”?
Alcuni sì, non credo ad esempio ci siano più prigioni segrete controllate dalla Cia. Ma quando Obama le ha chiuse, ha lasciato una scappatoia che dice «se mi servono ancora, le posso riaprire». Oggi se vogliono interrogare qualcuno lo affidano all’intelligence del paese da cui proviene. Nulla di davvero nuovo. Barack Obama del resto, non è certo un rivoluzionario.

Per quanto riguarda le “extraordinary rendition” (cattura e deportazione illegale di sospetti) lei si è occupata anche del caso Abu Omar. E dimostrò giornalisticamente – prima che la questione arrivasse in un aula di giustizia – che i servizi italiani avevano collaborato al rapimento dell’Imam egiziano…
Ricordo benissimo quel caso, perché è una “extraordinary rendition” molto ben documentata. Ma è ovvio che i servizi italiani sapessero tutto. Non è neanche immaginabile che gli Usa facciano queste operazioni in Europa senza chiedere prima il via libera dall’autorità locale. Non funziona così, non in Europa.

E succede ancora?
Credo proprio di sì. Dopo tanti anni continua a stupirmi la capacità dei governi di operare a più livelli. Basti pensare a Donald Rumsfeld (segretario alla Difesa dell’amministrazione Bush ndr) che non perdeva occasione per sbraitare contro la Francia, mentre a Parigi i servizi Usa e quelli francesi collaboravano a meraviglia nell’Alliance Base, la prima vera multinazionale dell’intelligence (la cui esistenza, anche se lei non lo dice, è stata scoperta proprio da Dana Priest). E il compito di noi giornalisti è semplicemente scoprire ciò che i governi vorrebbero nascondere.

Tocca ai giornalisti, Mrs. Priest, ma non solo. Il fondatore di Wikileaks Julian Assange rivendica di aver pubblicato quest’anno sul suo sito più documenti top secret di tutti i media internazionali messi insieme. Cosa pensa di questo sistema di raccolta di soffiate su scala industriale. Ha cambiato le regole del gioco del giornalismo investigativo?
Ci sono sempre stati degli outsider che si muovono fuori dal sistema e trovano notizie. La differenza con Wikileaks sta nella quantità di materiale che riesce a ottenere e a pubblicare. La novità insomma è tecnologica più che giornalistica. Ma indubbiamente hanno trovato molte cose interessanti e noi giornalisti dobbiamo tenerne conto. Il problema è un altro. Quando hanno tirato fuori i files sull’Afghanistan, non hanno pensato alle implicazioni che avevano sulla sicurezza di molte persone. Hanno coperto la loro fonte ma smascherato l’identità di molti afgani che collaborano con la Nato, esponendoli così alla vendetta dei talebani. Ecco, da questo punto di vista credo che quelli di Wikileaks siano ancora immaturi da un punto di vista professionale.

E lei crede che scoprire “ciò che il governo vuole nascondere” possa davvero avere un impatto sulla società? La sua inchiesta su Top Secret America ha cambiato qualcosa?
Penso di sì. Il sito web che abbiamo messo in piedi (http://projects.washingtonpost.com/top-secret-america/) è stato preso d’assalto dagli internauti. Abbiamo avuto undici milioni di contatti, credo sia un record. E molte persone mi hanno detto o scritto che l’inchiesta ha cambiato il modo in cui guardano alla questione della sicurezza. Perfino all’interno del mondo dell’intelligence, molti mi hanno detto che non sapevano. Perché se sei dentro una di queste agenzie è facile ignorare cosa accade nelle altre.

E i politici?
Anche tra i Congressisti, molti mi dicono: «Non so come il sistema sia potuto crescere in questo modo». Ed è davvero un problema se i nostri rappresentanti non sanno cos’è diventato il sistema che finanziano. Sono troppo pigri o impauriti per fare domande. Non vogliono sentirsi rispondere «non te lo possiamo dire». Ma hanno il diritto e il dovere di sapere. Ecco, adesso che sanno hanno la responsabilità di fare qualcosa. E a molti di loro questo non piace.

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