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IL MANIFESTO.

Leonardo Padura*, L’Avana

Se qualcuna delle più importanti compagnie mondiali specializzate in sondaggi si azzardassero a realizzare un macro-survey sulla risposta degli undici milioni di cubani a una sola domanda – «Verso dove lei crede che vada il futuro del suo paese?» – sono convinto che la stragrande maggioranza darebbe una risposta demolitrice: «Guardi, non lo so». L’aspetto più drammatico di questa risposta sarebbe, naturalmente, che l’imperscrutabilità del futuro del paese racchiude anche quello di ciascuno dei suoi abitanti, incapaci di prevedere per dove andrà il proprio avvenire.
Una cosa appare chiara in mezzo all’oscurità: la direzione del Partito comunista, del governo e dello Stato cubani non contemplano fra le loro aspettative la modifica del sistema socialista a partito unico, lo stesso che nel passato mezzo secolo resse l’Urss e le repubbliche socialiste dell’est Eruropa e che resta in vigore, nell’essenziale, in certi dei paesi comunisti asiatici, dalla Corea del nord alla Cina, per quanto con caratteristiche molto dissimili e, in generale, poco attrattive (a mio giudizio) come modelli di sviluppo e di vita per un paese come Cuba.
Negli ultimi mesi, sui media alternativi cubani (email e blog), si è accesa una significativa polemica rispetto ai modelli con cui l’economia dell’isola potrebbe trovare un qualche sollievo monetario che l’aiutasse a uscire dalle sue molteplici crisi di effecienza e di produttività, generate dallo stesso modello in funzione da cinque decenni, dalla mancanza di controlli e dalla demotivazione generalizzata che, da vent’anni, costringe i produttori a ricevere un salario insufficente per vivere.
Il tema più recente di dibattito è l’annunciata apertura dell’industria turistica cubana a visitatori di alto livello che, si dice, include la costruzione di 16 attracchi per yacht di lusso e di 16 campi da golf a 18 buche, e anche case e appartamenti che potranno essere acquisiti da stranieri con licenze di proprietà valide per 99 anni (secondo un decreto del 19 luglio scorso). La decisione ha scatenato i giudizi più diversi, che vanno da quello dell’ortodosso che dice che non ha preso il fucile e non ha fatto la rivoluzione per vendere la patria ai miliardari, fino a quello che, sforzandosi di essere comprensivo, ragiona che qualche campo da golfo non cambia niente se non si cambia niente… di essenziale.
Già nella decade degli anni ’90, quando si manifestò la profonda crisi economica che invase l’isola dopo la scomparsa del socialismo dell’est, a Cuba si era aperto il business delle immobiliari a capitale misto che costruivano case e appartamenti per stranieri , anche se poco tempo dopo il suo ritmo si era rallentato fin quasi a scomparire. Ricordo, anche, di aver ascoltato la frase che non si sarebbe venduto agli stranieri neanche un centimetro della patria. Adesso, il nuovo decreto dà un impulso straordinario all’apertura agli investimenti nel settore turistico e residenziale legato ai visitatori stranieri, ciò che risulta quantomeno curioso in un paese i cui cittadini non possono legalmente vendere o comprare immobili e hanno bisogno di una quantità incalcolabile di permessi per costruirsene uno a proprie spese o per permutarlo con un altro.
Allo stesso ritrmo sono stati introdotti cambiamenti in una serie di ambiti in cui per anni vigeva il protezionismo statale, e che vanno dalla eliminazione della vendita sussidiata di una quota mensile di sigarette per tutte le persone nate prima del ’56 (!) fino all’imposizione di tasse a quelli che ai bordi delle strade decidono di venderer i manghi e gli avocado dei propri alberi (dovranno pagare il 5% del ricavo della vendita e versare una aliquota alla previdenza sociale), gli stessi venditori clandestini (di manghi e avocado!) che, fino a oggi, erano perseguiti e multati dalla polizia.
La necessità di trovare alternative lavorative a più di un milione di lavoratori che bisognerà eliminare dai loro posti nelle imprese statali, è fra le ragioni per cui si cerca di rivitalizzare il lavoro «por cuenta propria» e anche, a quanto sembra, le micro-imprese.
Però appena si parla del tema appaiono le corna del toro. Chi, a Cuba, ha il capitale sufficiente ad avviare un piccolo business? Potranno farlo con il capitale inviato da familiari o soci residenti all’estero, che in questo modo mettono un piede nell’economia cubana? Come tornare a montare una struttura che fu dinamitata con la «Offensiva rivoluzionaria» del 1968 e fece di Cuba il paese socialista con più lavoratori statali e meno possibilità di muoversi come lavoratori autonomi? E gli approvvigionamenti e il mercato, o l’apparato fiscale, sanitario, di polizia che implica la riapertura di questo sistema rimasto chiuso nel paese per quattro decadi?
Un recente reportage della tv cubana mostrava la situazione in cui si trovava un centro di raccolta di prodotti agro-pecuari vicino all’Avana, dove, per mancanza di trasporto, andavano perduti una gran quantità di banane e patate già raccolte. Il settore privato potrebbe far sì che non si producano più queste situazioni? La risposta dovrebbe essere affermativa, però in un paese in cui si possono solo comprare e vendere veicoli fabbricati perima del 1960 (!), è difficile immaginare che si riesca a organizzare una cooperativa o una piccola impresa di trasportatori privati.
Prendendo per buono il principio che il governo non intende avviare cambiamenti politici, la sola possibilità che si apra qualche spiraglio economico implicare necessariamente una ristrutturazione tale del sistema cubano che, pur continuando a essere lo stesso, non potrà ormai più esserlo. Solo che l’immagine che proietta verso il futuro è quello di una nebulosa nella quale si distinguono soltanto delle forme imprecise.
* Scrittore e giornalista cubano.
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