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“Ego te absolvo”. La via cattolica al controllo delle nascite.

La Chiesa vieta i metodi contraccettivi. Ma nel confessionale è sempre stata molto indulgente, non solo oggi ma anche in passato. Ecco come agivano i parroci nella prima metà del Novecento, in una delle zone più cristianizzate d’Italia

di Sandro Magister

ROMA, 8 settembre 2010 – Una delle prove credute più sicure della travolgente avanzata della secolarizzazione è il contrasto che si sarebbe creato tra la dottrina della Chiesa in materia di contraccezione e i comportamenti pratici della popolazione, compresi i cattolici osservanti.

In realtà, la divaricazione tra la dottrina, ad esempio, della “Humanae vitae” e le pratiche contraccettive in uso tra i fedeli non è affatto una novità degli ultimi decenni.

Una divaricazione altrettanto forte esisteva già molto tempo addietro, e anche in luoghi di cristianità diffusa e di generalizzata pratica dei sacramenti.

Uno di questi “casi di studio” è il Veneto nella prima metà del Novecento. Il Veneto contadino era all’epoca, in Italia, la regione più cattolica, con una presenza solidissima e capillare della Chiesa.

Eppure anche nel Veneto della prima metà del Novecento – dove quasi tutti andavano a messa la domenica e si confessavano almeno una volta all’anno – gli indici di natalità si dimezzarono nel giro di una generazione. Passarono da 5 figli per donna nel 1921 a 2,5 figli per donna nel 1951, grazie al ricorso generalizzato alle pratiche contraccettive, di cui la più diffusa era il coito interrotto.

È uscito un saggio che analizza e spiega a fondo per la prima volta – con documenti mai studiati in precedenza – perché la Chiesa non fermò la diffusione della contraccezione neppure in una terra “amica” come il Veneto del primo Novecento.

L’autore del saggio è Gianpiero Dalla Zuanna, professore di demografia all’Università di Padova.

I documenti da lui per la prima volta presi in esame – e pubblicati in un’accurata traduzione dall’originale latino – appartengono a due blocchi.

Il primo blocco sono i casi di morale discussi nelle periodiche “congreghe” dei sacerdoti della diocesi di Padova, tra il 1916 e il 1958. In queste “congreghe” – quattro all’anno nelle campagne e otto all’anno nelle città – la diocesi sottoponeva ai sacerdoti dei casi, ai quali chiedeva di fornire le soluzioni per iscritto. Dopo qualche mese, sul bollettino ufficiale della diocesi usciva la risposta corretta, scritta da un professore di teologia morale del seminario.

Il secondo blocco sono le risposte dei parroci a una domanda sul controllo delle nascite, in occasione della visita pastorale compiuta nella diocesi tra il 1938 e il 1943 dall’allora vescovo di Padova, Carlo Agostini.

Dai casi esaminati nelle “congreghe”, 23 dei quali riguardanti la contraccezione, si ricavano le indicazioni che la diocesi dava ai sacerdoti in cura d’anime.

Dalle risposte della visita pastorale si ricava invece come i parroci agivano in concreto con i loro fedeli. La domanda riguardante la contraccezione chiedeva infatti di indicare “se si combattono prudentemente nella predicazione e nel confessionale le colpe per la limitazione della prole”.

*

Ebbene, dalle soluzioni date dalla diocesi di Padova ai casi di morale riguardanti la contraccezione, risulta una indicazione costante: quella di ricorrere alla “teoria della buona fede” insegnata da sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Secondo tale teoria, quando si è in presenza di un penitente che si sospetta compiere atti contraccettivi ma appare inconsapevole della gravità della colpa e nella pratica impossibilità di correggere il proprio comportamento, è bene rispettare il suo silenzio e tener conto della sua buona fede, assolvendolo senza porre ulteriori domande.

La teoria alfonsiana è stata imperante per molti decenni, non solo nei seminari e nella cura d’anime, ma anche nelle indicazioni date dalla Santa Sede nell’Ottocento e nel primo Novecento. È affiorata persino nel codice di diritto canonico del 1917, in vigore fino al 1983, che al canone 888 diceva: “Il sacerdote che ascolta le confessioni si guardi bene dal porre domande curiose e inutili, specialmente circa il VI comandamento con chiunque abbia a trattare, e particolarmente non faccia domande ai più giovani su ciò che essi ignorano”.

Non solo nel confessionale, ma anche dal pulpito si esortavano i sacerdoti a cautela, prudenza, riserbo, su questi temi. In rari momenti si suggeriva di parlarne separatamente agli uomini e alle donne.

Un cambiamento avviene nel 1931 con la pubblicazione da parte di Pio XI dell’enciclica “Casti connubii”. Da lì in avanti, per volere della gerarchia, la morale coniugale entra maggiormente nella predicazione. E quindi si restringe lo spazio dell’ignoranza incolpevole. Qualche parroco lo scrive: una volta detto in pubblico che cosa è bene e che cosa è male tra i coniugi, “non si può più ammettere la buona fede”.

Ma decenni di silenzio interpretati dalla gran parte dei fedeli come assenso alla loro pratica contraccettiva lasciano il segno. Nelle risposte alla domanda sul controllo delle nascite – una decina d’anni dopo la “Casti connubii” – alcuni parroci riconoscono che la loro predicazione su questi temi non fa presa: “Siamo di fronte a un muro che sembra non sfondabile”. E un altro scrive: “Persone che sembrano anche buone non si persuadono”.

Nel frattempo, nel cattolico Veneto la natalità è caduta a livelli vicini alla crescita zero (e negli ultimi decenni del Novecento finirà molto sotto). Ma la distanza tra l’insegnamento della Chiesa e l’uso dei contraccettivi continua a non essere percepita da gran parte della popolazione né come un peccato né come una ribellione.

Anche in seguito – e arriviamo ad oggi – la condanna dei contraccettivi sarà materia di documenti papali, ma già a livello dei vescovi entrerà poco nella predicazione. Il clero, poi, dal pulpito tacerà quasi del tutto. E nel confessionale continuerà a essere molto comprensivo, indulgente.

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