Ecco cosa faranno le forze speciali che restano in Iraq – Il Sole 24 ORE.

Ormai è guerra aperta tra la Casa Bianca e i vertici militari statunitensi. Dopo le critiche espresse dei generali Stanley McChrystal, David Petraeus e Janes Conway all’annunciato avvio del ritiro dall’Afghanistan ribadito dal presidente Obama, anche sulla conclusione delle operazioni belliche in Iraq emergono dubbi e ombre.
Poche ore dopo il discorso presidenziale che ha annunciato la cessazione delle operazioni di combattimento in Iraq, con la fine dell’operazione Iraqi Freedom e l’avvio della più morbida operazione “New Dawn”, Obama ha incassato un nuovo siluro lanciato questa volta dall’ammiraglio Eric Olson, alla testa del Comando Operazioni Speciali.
Mentre a Baghdad, nella base di Camp Victory, il generale Ray Odierno (uno dei più brillanti “Petraeus boys”) cedeva il comando della nuova operazione di addestramento e supporto alle truppe irachene a Lloyd Austin, a Washington l’ammiraglio Olson ha tenuta un’inconsueta e dettagliata conferenza stampa (caso raro quando si tratta di forze speciali) per spiegare che se le truppe statunitensi in Iraq sono scese sotto le 50 mila unità le forze speciali schierate nel Paese mediorientale non hanno subito riduzioni né modifiche dei compiti assegnati. “Il ritiro dall’Iraq non riguarda i 4.500 militari delle forze speciali” ha dichiarato Olson precisando che la questione è stata definita con il generale Petraeus (prima che lasciasse il Central Command per prendere il comando in Afghanistan) e con il generale Odierno.
Le forze speciali continueranno quindi a svolgere i loro compiti in Iraq: dall’attacco ai nuclei di al-Qaeda al sostegno alle forze speciali irachene, dall’infiltrazione nei covi nemici alla sorveglianza dei Paesi confinanti oltre ad una vasta gamma di azioni indirette sulle quali Olson non è entrato nei dettagli ma pare evidente che il ruolo di questi reparti in Iraq sia da mettere in relazione anche alla minaccia iraniana e al crescente rischio di un confronto militare tra Washington e Teheran.
Olson, primo incursore di Marina (Navy Seal) a raggiungere la testa dello Special Operations Command non è stato il solo a smentire la fine del coinvolgimento nella guerra irachena considerato che il 5 settembre alcuni soldati sono intervenuti in aiuto dei colleghi iracheni nell’attacco suicida a un edificio militare al centro di Bagdhad che ha ucciso 12 persone. L’intervento dei militari con elicotteri, droni e squadre di artificieri, è stato richiesto dalle forze di Baghdad, come previsto dagli accordi bilaterali del novembre 2008.
Quanto alle forze speciali è stata una direttiva del presidente Obama a potenziarne l’impiego in operazioni segrete che riguardano oggi ben 79 Paesi dei quali “sei ad alto rischio” come ha rilevato Olson. Nell’ultima settimana di agosto queste operazioni hanno mobilitato 12 mila membri del Comando operazioni speciali dei quali 10 mila nel settore di competenza del Central Command che include tutti i fronti più caldi: Iraq, Afghanistan, Yemen e Somalia.
Olson ha sottolineato la proficua cooperazione con le forze speciali dei partners della Nato in Afghanistan e ha colto anche l’occasione per fornire un quadro generale degli reparti posti ai suoi ordini. Dei 58 mila dipendenti della Difesa assegnati allo Special Operation Command ben 52 mila sono militari con un’età media di 30 anni e di essi la metà appartengono ai reparti dell’Us Army (Rangers, Green Berets, Delta Force) mentre il 20 per cento provengono dalla Riserva o dalla Guardia Nazionale (questi ultimi erano il 33 per cento nel 2005). Il 70 per cento sono sposati e circa la metà dei militari delle forze speciali sono entrati nei ranghi dopo l’11 settembre 2001.






























