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Un’estate al mare – ControLaCrisi.org.

cassintegrati della Vinyls che occupano da quasi 200 giorni l’isola sarda continuano a ricevere solidarietà e visite culturali. Il festival di cinema e letteratura «Pensieri e parole» ha accompagnato una lotta operaia diventata tanto emblematica, quanto ignorata dai poteri politici ed economici. In gioco, insieme alla chimica italiana, c’è la dignità del lavoro, la stessa da Porto Torres a Melfi

PORTO TORRES. Varcare le soglie di un carcere, anche dismesso come quello dell’Asinara, ti sbatte in faccia una verità che non bisognerebbe mai (come invece ogni giorno si fa) dimenticare: ti ricorda che le società umane sono attraversate da fratture, da dislivelli di potere che generano, prima ancora che conflitto, esclusione, prevaricazione, dolore, violenza. Nella galera che è stata di massima sicurezza e che insieme con sequestratori sardi e super boss della mafia ha ospitato anche i militanti di quella che un tempo è stata chiamata lotta armata, quest’evidenza è rimasta appiccicata ai muri scrostati, alle piastrelle sconnesse dei pavimenti, al ferro rugginoso delle sbarre delle celle dove i cassintegrati della Vinyls di Porto Torres vivono da quasi duecento giorni il loro naufragio. Non soli, perché, anche durante quest’estate che si spegne, intorno a loro hanno avuto tanta attenzione, solidarietà, affetto. Sono stati, ad esempio, tra i protagonisti dell’edizione 2010 di «Pensieri e parole», il festival di cinema e di letteratura organizzato dal regista Antonello Grimaldi e dall’attore Sante Maurizi.
Festival nel quale il carcere inteso come dimensione simbolica ha avuto un grande spazio, a ricordare, appunto, che le linee di frattura che segnano i diversi livelli di potere in cui si articola qualsiasi contesto sociale – a qualsiasi latitudine – hanno molto a che fare con il lavoro negato o mortificato, a Porto Torres come a Melfi. Verità che emerge con evidenza estrema in uno dei film che «Pensieri e parole» ha proposto nell’ex cortile del penitenziario sardo: «La bocca del lupo», di Pietro Marcello. Un film straordinario, lontanissimo dal «carinismo» o dalle denunce finte e ipocrite di tanto pessimo cinema italiano. Realizzato con riprese dal vero e spezzoni di repertorio, il film ha fatto incetta di premi in Italia e all’estero, dal festival di Torino a quello di Berlino, e racconta una storia d’amore vera, vissuta nei vicoli di Genova, narrata dai protagonisti, che in galera si sono conosciuti. Lui, Enzo Motta, s’è fatto quattordici anni di carcere. Lei, Mary Monaco, transessuale, s’è liberata dai lacci dell’eroina grazie all’amore di Enzo. Una storia improvvisamente spezzata dalla morte di Mary pochi giorni fa: «Sono arrivato in Sardegna da Genova dove si è svolto il funerale – dice Marcello – C’eravamo tutti, tutti quelli che hanno fatto il film. Senza di lei sarebbe stato impossibile».
Lo stesso giorno della proiezione del film di Marcello il festival dell’Asinara ha proposto lo spettacolo «Mediterraneo», della compagnia «Stabile Assai», attiva da diversi anni a Rebibbia, organizzato con la collaborazione del Centro di studi urbani dell’Università di Sassari. Musica e testi in dialogo per raccontare le storie dei detenuti del carcere romano, persone arrivate lì dalle più diverse sponde del Mediterraneo. Il mare simbolo di incontro, ma oggi anche – come dicono tante vite migranti – luogo in cui sofferenza ed esclusione si sposano con la violenza di politiche che a un fenomeno di dimensioni epocali danno risposte repressive.
Ancora quindi le dissimmetrie di potere che generano conflitti, oggetto di disvelamento, grazie a «Pensieri e parole, in una terra, la Sardegna, dove la disoccupazione ha tassi da brivido, dove lo smantellamento dell’industria procede a tappe forzate, dove contadini e pastori sono sull’orlo del lastrico per i debiti con le banche e per il crollo drammatico del prezzo del latte sui mercati mondiali. Nei giorni scorsi la protesta dei pastori è arrivata sino al ritiro dorato delle vacanze milionarie: la Costa Smeralda, l’esclusiva «Piazzetta» di Porto Cervo. A «Pensieri e parole» l’universo simbolico della pastorizia transumante era presente con un altro film eccezionale, indipendente e a basso costo: «Le quattro volte», del calabrese Michelangelo Frammartino. Architetto allevatosi al cinema con la pratica della videoarte, allievo di Olmi, Frammartino prosegue nel solco del suo maestro raccontando storie di passaggio di testimone da natura umana ad animale, da vegetale a minerale. Il film è del tutto privo di parlato: niente voci umane, solo rumori di sottofondo, quelli della natura rappresentata in tutta la sua forza evocativa. Protagonista della prima parte è un vecchio pastore, gravemente malato ai polmoni. Seguiamo i suoi gesti quotidiani: sveglia, pascolo sui monti, il rito quotidiano della cura del suo male con un intruglio d’acqua e polvere. La sua morte corrisponde con la nascita di una capretta. Da questo momento in poi, protagonista assoluta del film è la natura, i suoi silenzi, le sue pause, le sue attese, i suoi cicli. «Mia nonna calabrese una volta che incontrammo in campagna una serpe mi disse in dialetto: «Vidi, chella ha n’anima». La stessa cosa che scrive Dante nel «Convivio» quando dice che ogni cosa ha un’anima e tutte hanno la loro nobiltà, ma nessuno lo vede. Oggi filmare un sasso o un albero può essere rivoluzionario, come fu una rivoluzione fotografare personaggi delle classi umili quando fino ad allora ad essere fotografati erano solo quelli delle classi abbienti. Anche ambiente e paesaggio, acqua e foresta entrano nel gioco dei poteri ineguali di cui parlano l’Asinara e i suoi naufraghi cassintegrati.
I quali ieri hanno scritto una lettera aperta al sassarese Beppe Pisanu, che in un’intervista aveva parlato dell’importanza della chimica, dicendo che «il governo ha il dovere di salvaguardare questa realtà industriale». «Anche noi – scrivono gli operai – diciamo la stessa cosa. E non solo noi. Siamo stati entusiasti nell’apprendere che il presidente Napolitano fa notare al governo che l’Italia ha bisogno d’un piano industriale. Incontriamoci, parliamo». Nel diario quotidiano sul giornale La Nuova Sardegna i cassintegrati si rivolgono invece a Silvio Berlusconi: «Presidente del consiglio, è possibile che si debba sempre far sgridare da Napolitano? Non dia retta all’Eni, a Scaroni: la portano sulla cattiva strada. Noi per ora la rimandiamo a settembre».

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