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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

di Marina Forti

Il governo brasiliano sembra irremovibile: la costruzione della diga di Belo Monte, sul fiume Xingu, in Amazzonia, va avanti. I lavori cominceranno prima della fine dell’anno – prima, cioè, che il presidente Luis Ignacio Lula da Silva arrivi a fine mandato. E questo nonostante le grandi polemiche e forti resistenze suscitate dal progetto. La scorsa settimana ad Altamira – la cittadina destinata a essere in parte sommersa dal lago artificiale formato dalla diga – si è riunito l’organismo di Coordinamento delle popolazioni indigene dell’amazzonia brasiliana, Coiab. Vi hanno partecipato leader indigeni e rappresentanti di 27 gruppi etnici, insieme a attivisti di organizzazioni non governative e intellettuali. E al centro del «Accampamento regionale Terra livre» (terra libera) è stato proprio l’opposizione al progetto di Belo Monte – come testimonia anche lo slogan inalberato da decine dei partecipanti quando hanno occupato, in modo dimostrativo, il porto fluviale di Altamira: «Difendiamo il Xingu, fermiamo Belo Monte».
Per la verità quella diga divide molti, sia tra le comunità indigene che tra gli abitanti di Altamira. Le ragioni degli oppositori alla diga sono presto dette: almeno 12mila persone saranno costrette a lasciare le loro case, affermano le comunità indigene; lo sbarramento ridurrà il livello d’acqua nel fiume (a valle), distruggendo l’economia locale della pesca. A monte della diga, diversi quartieri di Altamira andranno sott’acqua, forzando altre migliaia di persone a spostarsi.
Eletrobras, l’azienda elettrica statale brasiliana, che guida il progetto, sostiene che non avrà impatti negativi. Il direttore dell’ingegneria dell’ente, Valer Cardeal, ha dichiarato giorni fa al New York Times che il livello del fiume calerà ma non abbastanza da danneggiare la pesca; che le persone evacuate saranno risarcite, le comunità indigene ne avranno «avanzamenti e miglioramenti» – tra cui migliori servizi sanitari, scuole e «sicurezza territoriale» sulle loro terre; che gli abitanti delle zone allagate di Altamira saranno felici di lasciare quelle bidonvilles «precarie e disumane» in cambio di case migliori, e che i piccoli agricoltori avranno terra e assistenza, poiché le aziende costruttrici hanno messo 280 milioni di dollari in un fondo per lo sviluppo sostenibile. E’ ragionevole immaginare che un governo come quello del presidente Lula non lascerà decine di migliaia di sfollati in balia degli eventi. Ma le rassicurazioni offerte da Elettrobras non convincono né le comunità indigene, né gli abitanti di quelle «precarie bidonvilles» di Altamira, dove gli abitanti non vogliono muoversi. «Non dobbiamo arrenderci, perché stiamo lottando per un diritto che ci appartiene», ha detto Capo Raoni Metuktire, stimato leader dei Kaiapo (che da 30 anni si battono per proteggere il bacino del SXingu) rivolgendosi ai circa 500 partecipanti del campo «Terra viva» (ne riferisce il sito di International rivers, rete internazionale di attivisti per la salvaguardia dei fiumi). «La natura è vita, è quella che ci ha sostentato finora… è una diga ciò che vogliamo?». Ovviamente no, ha concluso: e in quei quattro giorni di riunione sono stati illustrati tutti gli aspetti critici del progetto. Secondo Antonia Melo, della rete «Xingu vivo per sempre», nel progetto di Belo Monte ci sono problemi strutturali «che sollevano ulteriori problemi sulla viabilità economica del progetto, oltre che su diversi aspetti socio-ambientali». Ma i ricorsi legali finora non hanno fermato il progetto. Alcune comunità hanno rinunciato ad opporsi e optato per buoni risarcimenti. E l’apertura dei cantieri si avvicina.

19 agosto 2010 – Il Manifesto.it

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