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Iran, abusi sessuali in carcere nei confronti di un giornalista di Marco Curatolo

Carcere di Evin, Tehran. Un inferno che, dall’estate del 2009, è per Abdolreza Tajik una nuova casa: dentro e fuori a ripetizione, con intervalli regolari di sei mesi tra un arresto e l’altro. Alle autorità della Repubblica Islamica dell’Iran non fanno difetto l’ordine e il metodo, quando si tratta di rendere intollerabile la vita degli oppositori. Dal 12 giugno scorso Tajik è recluso a Evin per la terza volta in un anno. Lo si può capire: Tajik è, per il regime, un bersaglio fin troppo esposto e visibile. Giornalista, scrive su quotidiani e periodici riformisti come Fath, Bonyan, Bahar, e Shargh; ma, soprattutto, è membro del Centro dei difensori dei diritti umani, l’organizzazione non governativa fondata a presieduta dal premio Nobel per la pace Shirin Ebadi. Il Centro è stato chiuso dal regime pochi mesi prima delle elezioni del 2009, e la Ebadi deve tenersi ben lontana dall’Iran, se vuole evitare di essere arrestata, come già successo a suoi parenti stretti e ai suoi collaboratori più fidati. Abdolreza Tajik è solo l’ultimo della serie.
Tajik era stato arrestato una prima volta il 14 giugno 2009, due giorni dopo le contestate elezioni presidenziali, e poi rilasciato su cauzione un mese e mezzo più tardi; quindi era stato riarrestato il 29 dicembre e rimesso in libertà due mesi dopo. Ma il 12 giugno scorso, subito dopo il terzo arresto, è successo qualcosa di più grave e inquietante. Qualcosa che si è saputo con molte settimane di ritardo perché, secondo prassi consolidata della Repubblica islamica e del suo sconcio apparato giudiziario, di Tajik non si è saputo nulla per un mese. Come nell’Argentina dei generali, in Iran non c’è differenza tra l’essere ostaggio di una banda armata di sequestratori e l’essere detenuti nelle prigioni di stato per volontà dell’autorità giudiziaria: in un caso e nell’altro si scompare nel nulla. La famiglia ha cercato invano  notizie di Abdolreza, il procuratore capo ha negato che egli fosse stato arrestato, negli archivi di Evin il suo nome non era registrato. Invece lui era lì, in balia di carcerieri criminali, a dispetto di qualsiasi norma e convenzione internazionale sui diritti dei detenuti. Quando, un mese dopo il suo arresto, finalmente ai parenti è stato permesso di incontrarlo, Tajik ha raccontato loro cosa gli era capitato durante la prima notte in prigione: mentre veniva interrogato in presenza del sostituto procuratore di Tehran e del giudice della sezione 1 del tribunale rivoluzionario, Abdolreza Tajik ha subito abusi sessuali, sulla natura dei quali non ha voluto essere più preciso. Siccome gli incontri tra i detenuti di Evin e i parenti sono registrati e sorvegliati, Tajik non avrebbe potuto dire di più, ma il poco che ha detto è chiaro e inequivocabile. La frase che ha usato in lingua farsi, “hatke hormat”, vuol dire “essere disonorato”. È l’espressione che, nel linguaggio legale allude, con imbarazzo e pudore, alla violenza sessuale. Per fornire dettagli sull’episodio, Tajik ha chiesto alle autorità un incontro con il suo avvocato, Mohammad Sharif, e con il procuratore generale di Tehran, Abbas Jafari Dolatabadi. La richiesta è caduta nel vuoto.
Abusi e stupri, nelle prigioni della Repubblica Islamica dell’Iran, non sono certo una novità. Un anno fa Mehdi Karoubi, candidato di opposizione alle elezioni presidenziali, aveva più volte denunciato la prassi della violenza sessuale contro i prigionieri politici, specialmente studenti. Tuttavia nel caso di Abdolreza Tajik, come ha osservato Shirin Ebadi, “Il fatto più grave è che questo atto ha avuto luogo alla presenza di un funzionario di alto rango della magistratura, e nei confronti di un ben noto e rispettabile giornalista”.
La notizia, diffusa da Parvin, sorella di Abdolreza, è stata ripresa anche da Reporters Sans Frontières. L’organizzazione ha diffuso un comunicato in cui, a partire dal caso di Abdolreza Tajik, esorta l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani Navanethem Pillay a “fare pressioni sulle autorità iraniane perché accettino la visita dello speciale osservatore ONU sulla tortura, così che possa indagare sulle accuse di maltrattamenti nelle carceri iraniane”.
Nel frattempo Abdolreza Tajik rimane a Evin, nelle mani degli stessi criminali da cui è stato “disonorato”. Senza il permesso di incontrare il suo avvocato, né quello di raccontare la sua odissea a qualcuno che voglia ascoltarla e rendergli giustizia.
In attesa di un giorno – che dovrà pure arrivare – in cui forse le ferite cominceranno a rimarginarsi.

31 luglio 2010 – fonte: articolo21.info

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