
non esclude «geometrie variabili»
L’interesse del Carroccio, in queste convulse ore post divorzio, è persin banale e in teoria realizzabile perché la navetta delle riforme dovrebbe restarsene al riparo della cayenna parlamentare. «Solo in teoria, però», ammette un leghista di peso. «Perché Fini scatenerà la bagarre sui costi standard a difesa del Meridione». Cercherà di annacquare i decreti e «di far passare provvedimenti sgraditi come la cittadinanza per gli immigrati». Morale: «terremo finché il prezzo non sarà insostenibile, poi si bordeggerà», senza escludere nulla. Né urne anticipate (Quirinale permettendo): ieri Bossi non ha chiuso all’ipotesi nel suo colloquio con Berlusconi. «Né potenzialmente le geometrie variabili per portare a casa il federalismo», prosegue la fonte leghista. Che poi è il vero timore berlusconiano: lo spettro di un Carroccio che cede alle sirene dell’opposizione appoggiando un governo di transizione (è da qualche giorno che esponenti Pd tentano abboccamenti con Bossi e Maroni). In fondo è lo stesso ministro dell’Interno a gettare un’ombra quando dice che da adesso «sarà una navigazione più a vista di quanto fatto finora».
Dunque una situazione complessa per un partito abituato a tenere in mano il pallino del governo e ritrovatosi all’improvviso orfano di un piano B. Ad esempio al Senatur non sarebbe piaciuta la scelta del Cavaliere di tenersi i finiani come alleati. «Non abbiamo voluto trattare con Casini, non vogliamo farlo neanche con Fini», avrebbe spiegato al premier Bossi, che a sua volta teme la saldatura di un fronte pro riforma della legge elettorale.
Per questo l’impellenza è guadagnare tempo. «Speriamo che tutti e due usino il cervello e il cuore», è il Bossi pensiero. Consumato il divorzio tra fondatori, ufficialmente il Senatur ribadisce l’avanti tutta per incassare il federalismo. All’ipotesi elezioni anticipate ieri ha esibito il dito medio. Anche chi ha parlato in chiaro è stato alle consegne bossiane. Da Maroni, per cui «il federalismo non è a rischio perché nonostante le tensioni nel Pdl il governo mantiene la capacità di condurre a termine la legislatura», passando per Luca Zaia, che prova a minimizzare assicurando che «la crisi non ci turba». Elezioni anticipate? «Fantascienza finché regge l’asse Bossi-Berlusconi, la vera golden share sul governo».
Eppure la sicumera leghista tradisce più di qualche crepa. La preoccupazione monta in via Bellerio, mentre Radio Padania trasmette la soddisfazione dei militanti per «il Berlusca che ha cacciato quel frenatore di Fini, dopo Casini». «Che conseguenze avrà la rottura? Vado a prendere l’aereo…», abbozza sornione Bossi, lasciando Montecitorio. Ma non pochi dentro al partito dubitano che si riesca a tenere le riforme fuori dai miasmi del governo, stoppando così quel federalismo da incassare per tacitare i tanti sindaci padani sul piede di guerra per i tagli di Tremonti. Di qui lo scenario fluido disegnato da alcuni leghisti di peso. «Perché se il Cavaliere non fosse più in grado di garantirci sul federalismo», rompendo quel che Zaia ieri ha chiamato non a caso la golden share, «è ovvio che cambierebbe il quadro e le elezioni anticipate non sarebbero tabù». Più difficili le geometrie variabili, con la Lega disposta a mollare Berlusconi. «Ci vorrebbe in ogni caso tempo per costruire un piano B».



























