
Francesca Marretta da Kabul
Kabul
All’ospedale specialistico Esteqlal di Kabul, la metà del personale è composto da donne. Arrivano al lavoro portandosi dietro i figli, che lasciano all’asilo nido di cui la struttura è dotata, aperto ventiquattrore su ventiquattro. Situato nella periferia a sud-ovest della capitale afghana, l’ospedale offre prestazioni gratuite a circa un milione di persone. Meno di una decina di anni fa, al posto dei reparti e delle aiuole con gigli, rose e girasoli che adornano il cortile, c’erano macerie. Dal 2003, la struttura sanitaria è sostenuto dalla Cooperazione italiana. I reparti sono più puliti di quelli di altri paesi, Italia compresa. Per esempio quando si entra nell’unità di pediatria o al reparto ustionati, ci si toglie le scarpe per indossare ciabatte. I pavimenti sono tirati a lucido. Un contrasto stridente con il vialone, asfaltato, ma polveroso da cui si accede all’ospedale, dove si respirano a pieni polmoni i veleni sprigionati nel cielo di Kabul dal traffico e i colibatteri delle fogne all’aperto.
Al di là del cancello d’ingresso, notiamo un via vai di donne, che s’incamminano verso la porta di un reparto al piano terra, che dà sul cortile. Aspettano il turno, ma senza mettersi in fila per scambiare qualche chiacchiera. Attendono di varcare la soglia del consultorio familiare. Sono le 11.30 e sul registro sono già annotati i nomi di 39 donne. Alcune indossano il burqa, come Gulnesa Aref, 30 anni. Quando entra nella sala, in cui ci sono due scrivanie a cui siedono le operatrici sanitarie che assistono donne, ma anche coppie che vogliono parlare di problemi (in una stanzetta separata), Gulnesa scopre il viso. Ha occhi e capelli neri, porta dei pendenti d’oro ai lobi e ha mani e piedi colorati con l’hennè. Le chiedo quanto soffra il caldo con il burqa sopra i vestiti, in questo luglio, che, dicono a Kabul, è il più cocente da 50 anni. Mi guarda e sorride. «Vengo da un villaggio vicino Kabul, lo devo mettere per forza» – «Te lo impone tuo marito?» – «Non è che me lo imponga lui. Andiamo d’accordo, è una questione che rigurda le nostre famiglie». Che di sicuro non immaginano Gulnesa al consultorio a farsi prescrivere la pillola col permesso del suo sposo, che fa l’autista. Hanno già cinque figli, di cui tre femmine. La donna non è andara a scuola. Le chiedo se le figlie riceveranno un’istruzione e se porteranno il burqa come lei. Accenna un sorriso e dice: «Certo che andranno a scuola. Non sai quanto mi dispiace non essere potuta andarci io. No, non voglio che portino il burqua». Forunatamente per loro sarà una gabbia da cui saranno probabimente libere, dato che il marito di Gulnesa, pur non essendo molto istruito, pare di larghe vedute, considerato il contesto sociale da cui la coppia proviene.
La cultura della contraccezione, che è ancora un miraggio in questo paese, salverebbe vite umane. La mortalità materno-infantile in Afghanistan è altissima, intorno allo 0,6%, spiega il Dottor Arif, che parla perfettamente italiano ed è benvoluto da medici e pazienti, a giudicare dal calore con cui è accolto quando entra nei reparti.
E’ anche grazie al suo lavoro di intermediazione se al posto di quella che era una moschea oggi c’è la sala operatoria adiacente alla sala parto. E che gli anziani prima e i mariti poi, abbiano lasciato le donne andare al consultorio. Un lavoro che ha comportato far comprendere i rischi delle troppe gravidanze per una donna. E fare accettare la cosa come non contraria all’Islam.
Al consultorio, racconta il medico, si prescrive la pillola del giorno dopo, come quella mensile.
Le donne afghane che fanno uso di contraccettivi, per ora solo a Kabul e nei pochi altri centri del paese in cui esistono progetti di questo tipo gestiti dalla cooperazione internazionale, hanno in genere già dei figli. Al reparto pediatrico, dotato di due incubatrici e cullette ricoperte da un leggero e trasparente velo bianco, la quiete è disturbata solo dai vagiti dei neonati. Ne arriva uno che fino a poco prima galleggiava ancora nel liquido amniotico. ««Come si chiama?», domanda spontanea. Risposta del Dottor Arif, che lavora anche al Policlinico Gemelli di Roma: «Qui non è come in Italia, al nome ci penseranno dopo». In questa che pare un’oasi di pace, le conseguenze della guerra ti colpiscono come una porta in faccia. Le malformazioni nei feti, in tutto l’Afghanistan, sono ancora oggi, una delle tante conseguenze delle bombe liberatrici. «Nelle zone maggiormente bombardate dagli americani l’incidenza di malformazioni è estremamente elevata», aggiunge Arif. Al reparto ustionati ci si imbatte nella tragedia che molte donne afghane vivono dietro le mura di casa, è il.
Gli incidenti domestici sono frequenti per gli “angeli del focolare” che maneggiano fiammiferi vicino alle bombole del gas.

Ma sopratutto, in Afghanistan, anche finita l’era talebana, non mancano le donne che si danno fuoco. Al reparto questi casi sono classificati con il termine inglese self-immolation. Questo mese i casi sono stati tre. Ustioni oltre il 50% del corpo, com’è il caso per chi si auto-immola, significano non solo morte, ma agonia. Talvolta arrivano all’Esteqlal donne ancora vive con il corpo ustionato fino all’85% – 90%. Muoiono quasi tutte. Malia Koja, 19 anni, si è salvata. Aveva ustioni sul 35% del corpo. Porterà a vita i segni del suo gesto disperato. Le ferite del cuore, che l’hanno spinta a immolarsi, le fanno più male di quelle sulla pelle.




























