Un uomo libero solo sul tetto
di Luca Fazioqui dentro da sei mesi, non posso dire che mi trattano male ma non c’è niente da fare, non si può rimanere così per tutto questo tempo. Io non voglio tornare in Tunisia, è un paese povero e io non ho niente, ho speso 2 mila euro per tornare in Italia e ci voglio restare». Ben Asri Sabri è arrivato nel 2003, ha fatto
il pescatore ad Ancona, poi è tornato in Tunisia a trovare la famiglia ed è stato «beccato» al largo di Lampedusa. Dopo quello di Crotone, è finito nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Torino. E poi? «Se trovo un lavoro bene, altrimenti voglio andare in Belgio».
Un uomo disperato sale sul tetto perché non ha alternative e minaccia di buttarsi giù. Un altro. Niente di nuovo, vero? E però, anche se non è carino stilare classifiche in casi come questo, si potrebbe aggiungere che sono stati proprio loro, gli stranieri, i primi ad aver inaugurato questa originale forma di protesta che nell’ultimo anno ha segnato il malaugurato ritorno della classe
lavoratrice arrampicata da qualche parte per rivendicare diritti che nessuno più tutela.
quotidianità è fatta di noia, frustrazione, rivolte, pestaggi e cariche della polizia, omissioni della Croce Rossa che con poche altre associazioni gestisce quelle prigioni, drammatici casi di autolesionismo, psicofarmaci somministrati a forza,
violenze e non solo di tipo psicologico – di un clamoroso tentativo di stupro si è occupato anche il Tribunale di Milano – e poi scioperi della fame… e chissà cos’altro ancora.
Esattamente quello che è successo in questi giorni tra Trapani, Gradisca (Friuli), Torino e Milano. Normale disperazione di sempre. Se possibile, esasperata ancora di più dopo dall’entrata in vigore del «pacchetto sicurezza» che ha allungato da 2 a 6 mesi i tempi di trattenimento delle persone arrestate perché prive del permesso di soggiorno. «Situazione che rischia di diventare esplosiva», ribadiscono i volontari di Medici senza frontiere (Msf).
Ben Asri Sabri, un tunisino di 32 anni, è solo l’ultimo di una lunga serie. La sua è una protesta simbolica, e lui potrebbe diventare un simbolo per tutti i «clandestini» reclusi d’Italia. Da lunedì è sul tetto del Cie di Torino, in corso Brunelleschi. Prima aveva fatto lo sciopero della fame e aveva cercato di inghiottire dei pezzi di ferro. Sono con lui i compagni di detenzione – una quindicina di persone che lo assistono con acqua e cibo e fino ad ora hanno tenuto lontana la polizia – e alcuni antirazzisti in presidio fuori dalle mura del Cie in segno di solidarietà (questa sera organizzano una fiaccolata).
Quella di Ben Asri Sabri è una sorta di lotta contro il tempo. Venerdì scadono i termini della sua permanenza nel Cie, e se riuscirà a resistere, per legge, dovrà essere allontanato con un foglio di via e l’intimazione di lasciare il paese nel giro di cinque giorni. Insomma, sarà libero. Da sei mesi stava aspettando questo momento, la situazione è cambiata in peggio solo dopo l’accordo per il rimpatrio di massa degli immmigrati tunisini e algerini firmato lo scorso 12 luglio tra il Viminale e i governi di Tunisi e Algeri. Proprio in questi giorni, sotto i suoi occhi, altri due tunisini sono stati espulsi in tutta fretta.
In Italia ci sono 13 inutili e crudeli Centri di identificazione ed espulsione (per una capienza complessiva di 1920 posti (stime attendibili parlano di circa 500-750 mila cittadini stranieri irregolari presenti in Italia). Entro la fine dell’anno, secondo quanto dichiarato dal ministro degli interni Roberto Maroni,
ne verranno costruiti altri quattro: in Veneto, Toscana, Marche e Campania.
22.07.2010 – Il Manifesto.it
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