Vaticano, la sindrome del complotto
In queste calde serate, con le finestre del palazzo aperte, è possibile sentire il suono di un pianoforte che diffonde sul lago le note di Haydn, di Mendelssohn, di Mozart. E’ il Papa, dentro le mura di Castel Gandolfo, che si esercita nei passaggi più difficili tra le opere dei suoi autori preferiti.
Quest’anno le vacanze di Benedetto XVI, cominciate qualche giorno fa, non prevedono né passeggiate sui monti alpini, né incontri pubblici, ma una semiclausura, tra studio e musica, nella residenza estiva dei pontefici, eretta nel XVII secolo sulle rovine della grande villa dell’imperatore Domiziano, soprannominato «Nerone il calvo».
La scelta di chiudersi a Castel Gandolfo per preparare un’altra enciclica e scrivere un nuovo libro sull’infanzia di Gesù corrisponde alle predilezioni caratteriali di Joseph Ratzinger. Ma potrebbe anche essere assunta a simbolo di quell’assedio alla Chiesa nell’«annus horribilis» del suo pontificato. Un anno che, sul piano internazionale, ha visto l’estendersi dello scandalo sui preti pedofili dagli Stati Uniti a mezz’Europa e che, in Italia, ha coinvolto il Vaticano in brutte storie di complicità affaristiche nei casi Balducci, gentiluomo di Sua Santità, e nelle vicende legate all’attività della Congregazione di Propaganda Fide, quand’era diretta dal cardinale Crescenzio Sepe.
Eppure, la suggestione del pianoforte che suona mentre il Titanic affonda è davvero lontana dalla realtà di un Papa più abituato a guardare i tempi lunghi della storia e meno agli affanni delle contingenze quotidiane. Così nessuno, né nel mondo ecclesiastico né in quello del laicato cattolico, accetta l’immagine di una Chiesa assediata. Tanto meno osa pronunciare quella parola, «complotto», che spesso viene spontanea sulle labbra di chi si sente circondato e bersagliato dal fuoco concentrico delle accuse. Soprattutto perchè è stato proprio Benedetto XVI, nel momento più drammatico dello scandalo per i preti pedofili, a escluderlo e a riconoscere che «la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa».
Il direttore dell’«Osservatore romano», Gian Maria Vian, interprete e divulgatore della linea della Segreteria di Stato, ma anche storico con un inaspettato gusto del giornalismo, rivela, però, le impressioni che si celano dietro le dichiarazioni ufficiali: «E’ certamente sbagliato parlare di complotto. Ma non si può non vedere una campagna mediatica su episodi dolorosi, anzi criminali, sui quali non si deve trascurare l’esigenza di fare giustizia. La campagna è organizzata da interessi diversi, da quelli degli avvocati americani a caccia di ingenti parcelle all’allarme, in certi ambienti, per la crescente forza dei cattolici negli Stati Uniti. C’è, poi, l’insofferenza per il ruolo internazionale del Vaticano, critico e indipendente rispetto alle grandi potenze e le contrarietà che suscitano le posizioni della Chiesa sulla bioetica in settori legati a forti interessi economici».
In un mondo in cui la globalizzazione non solo infrange i confini degli Stati, ma anche quelli tra la religione, la politica e l’economia è importante cercare di intuire come il pontificato di Papa Ratzinger cerchi di far superare alla Chiesa cattolica uno dei momenti più difficili della sua storia. E’ proprio uno dei filosofi italiani più interessanti, Giorgio Agamben, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, a lanciare un appello che ha toni disperati: «La Chiesa si deciderà finalmente a cogliere la sua occasione storica e a ritrovare la sua vocazione messianica? Il rischio, altrimenti, è che sia trascinata nella rovina che minaccia tutti i governi e tutte le istituzioni della terra».
Benedetto XVI, pur sorretto, invece, dalla fiducia e dalla speranza della fede, sembra condividere sia la drammaticità della situazione in cui si trova oggi la sua Chiesa sia l’opportunità di «cogliere l’occasione storica» di cui parla Agamben. Il Papa concentra le sue preoccupazioni sul processo di secolarizzazione, fondato su un ondivago relativismo dei valori, ormai molto avanzato in Europa. Ecco perchè, come nota acutamente Massimo Camisasca, amico di don Giussani e storico del movimento di «Comunione e Liberazione», pensa di fondare la sua azione riformatrice sulla «liturgia, come pedagogia esistenziale, strumento per riavvicinare l’uomo a Dio. Il pontefice sa che la crisi della Chiesa e nella Chiesa è profonda e quindi vuole seminare in profondità».
I rischi di questa strategia ratzingeriana, però, sono almeno due: l’incomprensione dei laici, ma anche di molti cattolici, verso una visione che viene interpretata come conservatrice, attenta al recupero delle tradizioni liturgiche e lontana dai problemi più vivi e assillanti per un credente nel mondo moderno. Ma anche una rinuncia, meglio, una sostanziale sfiducia nella possibilità di una «teologia politica» del cattolicesimo. Come osserva Massimo Fagioli, docente di Storia del cristianesimo all’università statunitense di Minneapolis, il quale denuncia «la rivoluzione antipolitica operata dal magistero di Ratzinger». Con la conseguenza di ridurre «il magistero cattolico ai richiami al rispetto della vita in nome dei valori non negoziabili» e di restringere l’ottica dell’azione papale al solo campo occidentale, «in un orientamento quasi neo-pacelliano».
Le difficoltà della Chiesa, però, non derivano solo dalla peculiare impostazione teologica del suo pontefice, ma anche dalle condizioni storiche in cui Papa Ratzinger si trova ad operare. Il problema è coperto dall’ossequio obbligato verso la straordinaria figura del suo predecessore. Ma se non si vuole assecondare l’ipocrisia dominante, bisogna avere il coraggio di ammettere che l’eredità lasciata da Giovanni Paolo II è molto pesante. Sia perchè il modello di un tale pontificato non solo è irripetibile, ma oscura la popolarità e il carisma del suo successore. Sia e soprattutto perchè il carico di questioni irrisolte nella gestione wojtyliana del governo della Chiesa, una volta coperto dal suo misticismo mediatico, sembra straripare nelle fragili mani dell’intellettuale Benedetto XVI.
L’amaro e complicato passaggio di consegne tra il segretario di Stato di Giovanni Paolo II, il cardinale Angelo Sodano, e quello di Papa Ratzinger, il cardinale Tarcisio Bertone, potrebbe aver prefigurato le difficoltà di una transizione tuttora non risolta. I piccoli passi di una riforma della Curia, necessaria quanto ardua, ne testimoniano le resistenze. Ma anche i rapporti tra lo stesso Bertone e la Conferenza episcopale italiana, dopo le lacerazioni del «caso Boffo», non sembrano ancora consentire alla nuova guida dei vescovi nel nostro paese, il cardinale Angelo Bagnasco, di individuare una strada alternativa a quella attuata durante la ventennale «dittatura» del suo predecessore, il cardinale Camillo Ruini.
Colpisce, infine, che la Chiesa, quella mondiale e quella italiana, vivano questo momento delicato nel silenzio dei movimenti e del laicato cattolico. I primi si dedicano a una meritoria opera di assistenza sociale attraverso una fitta trama di volontariato entusiasta e capace. Oppure, a una attività, meno encomiabile, di lobbismo affaristico-politico. Ma non portano più contributi significativi al dibattito culturale e religioso. I laici credenti, dispersi in una politica che o li ignora o li strumentalizza, sembrano diventati l’«oggetto misterioso» della società italiana. Questioni che certo meriteranno qualche approfondimento.
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