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Matteo Pagani, uno dei tre operatori di Emergency arrestati in Afghanistan ad aprile, spiega cosa ne ha capito e cosa no

Matteo Pagani scende da un vecchio scooter. “Tranquillo, non me lo rubano, la gente si è scordata che esiste un modello del genere”. Emergency offre un sogno e un po’ di soldi, ma non molti. Il motorino nuovo dovrà aspettare.
Matteo Pagani si definisce “tecnicamente un cooperante” ed è uno dei tre arrestati nell’ospedale di Emergency di Lashkar-Gah lo scorso aprile. Ha girato tutta l’America Latina, in particolar modo l’Argentina. Qualche mese anche in Sri Lanka.

A fare? “Progetti belli e rilassanti: recupero di artigianato rurale, bambini di strada, cose così. Ma io volevo qualcosa che significasse di più”. Così, nel dicembre 2008, fece il primo colloquio con Emergency: “Il colloquio va bene, mi prendono. Vai a Lashkar-Gah, mi dicono: in Afghanistan. Non mi sentivo pronto”.

Evidentemente, però, Pagani li aveva convinti. Così, un anno dopo, Emergency torna all’attacco. “Non so bene perché la seconda volta ho detto subito sì. Me lo sentivo dentro”. Così va in Afghanistan, a fare l’amministratore di uno degli ospedali di Strada. “Per cinque mesi e dieci giorni ho curato tutta la parte non medica dell’ospedale: pagamento di medicine, riparazione dei macchinari, e via discorrendo”.

E poi? “Poi un giorno arriva una telefonata. Andate a casa, la zona dell’ospedale non è sicura, ci dicono. Arriviamo a casa, mangiamo. Veniamo a sapere che alcuni ribelli volevano rifugiarsi nel nostro ospedale e che le forze armate afghane avevano fatto irruzione nell’ospedale. Dovevamo andare a vedere cosa succedeva. Nemmeno arriviamo che ci ammanettano e ci portano in carcere. Stiamo lì quaranta minuti, poi di nuovo all’ospedale. Ci riportano indietro, ci mettono a sedere e lì ci fa foto e video un inviato dell’Associated Press”.

E che ci faceva lì? “Non ne ho idea. Considera che le armi le hanno trovate solo dopo quaranta minuti, per cui, in quel momento, non c’era nessuna notizia. Non c’erano nemmeno i quattro soldati dell’Isaf:  sono arrivati pochi istanti prima del ritrovamento delle armi. Io ho ricostruito solo dopo in quale istante le hanno trovate. Lì per lì c’era solo un grande assembramento di soldati attorno ad alcuni scatoloni”.

Poi lo portano in carcere. “Quattro giorni a Lashkar-Gah, altri quattro a Kabul”. Maltrattato? “Beh, a parte il fatto che ci hanno ammanettato e messo i cappucci negli spostamenti, non abbiamo subito pressioni. Solo molti interrogatori. Ci chiedevano se eravamo amici dei talebani, cosa sapevamo di quello che stavano facendo. In carcere mi hanno detto che erano state trovate quattro pistole, due bombe a mano e due giacche esplosive. Ma il capo di imputazione l’ho saputo solo a Dubai, al mio rilascio”.

Come è possibile? “Non sapevamo nulla della nostra situazione. Il giorno dopo l’arresto vediamo l’ambasciatore italiano. Ci dice che sta facendo il possibile, strette di mano e poco altro. Poi all’ottavo giorno, dopo pranzo, una guardia apre la porta e mi fa “Buru buru”, via via. Io ero attonito. Rimango lì impalato e lui mi dà un buffetto e mi dice che sono libero. Solo allora ho capito, e me ne sono uscito. Più tardi abbiamo incontrato incontrato Amrullah Saleh, il capo dell’intelligence (quello appena silurato da Karzai, ndr): che ci dice ragazzi, abbiamo investigato dopo che vi avevano accusato; è risultato che non c’entrate nulla”.

Dici che vi eravate fatti dei nemici? “Vedi, la questione è che noi curiamo tutti. Anche i talebani, quindi. Qualcuno ci accusa: voi curate i talebani. No, noi curiamo le persone che ci portano”. Non avete modo di riconosce i talebani? “Ma no, mica che hanno una svastica tatuata in fronte come in Inglorious Basterds. Che ne sappiamo?. Certo, a volte qualcosa intuiamo, magari sappiamo che uno è un combattente”. E dunque? “E dunque che fai, non lo curi?”.

C’è una nuova strategia nei confronti dei talebani, messa in piedi da Karzai. Nella sostanza si può riassumere così: noi vi legittimiamo politicamente, voi la smettete di fare casino. Può funzionare? “Non lo posso sapere. Vedi, il problema è ampio. Quando vai a liberare un Paese, se dopo dieci anni la gente continua a morire, tu la chiami ancora liberazione? Gli afghani prima erano oppressi. Ora, per molti versi, sono ancora oppressi, e in più c’è una guerra in atto. La soluzione avrebbe dovuto essere vicinissima, e invece ancora non si vede all’orizzonte. Se questa apertura può essere una soluzione, ben venga: proviamo tutto quello che si può provare”.

Gino Strada è un buon capo? “L’ho conosciuto solo al mio ritorno, prima era in Sudan. Io posso solo parlarne bene, ha tirato su un’organizzazione con i fiocchi. Certo, magari la gente lo contesta per i toni che usa, ma dice sempre la verità. Il polverone che si è alzato nei giorni del nostro rapimento non lo si può di certo imputare a lui”.

Frattini è un buon ministro? “Non so, è tanto tempo che manco dall’Italia. Per quanto riguarda il nostro caso, da quel che ho visto la diplomazia italiana si è mossa con cautela, e probabilmente ha fatto bene”. Ho un solo appunto. Alla conferenza stampa di liberazione ha detto che non eravamo stati in carcere, ma in una guest house. Facciamo così: il ministro googli guest house. Se nei primi due milioni di risultati c’è un edificio con le sbarre, sono pronto a dargli ragione”.

Prima voi, poi il blitz contro la flottiglia turca. Sbaglio o il movimento pacifista è sotto attacco? “Per me è il contrario: la gente si sveglia, protesta e fa cose sempre più grandi. È una visione ottimista, mi piace esserlo. Succede che si inizia a testimoniare di più quello che succede, a essere stufi di situazioni senza umanità. La gente è incazzata per queste cose. Così la reazione è più forte, perchè si sentono attaccati maggiormente e reagiscono”.

Voi siete come gli attivisti turchi? “Ma no. Loro i coltelli magari li avevano per pulire il pesce o tagliare le cime, per noi è inconcepibile anche solo possederli. Poi noi siamo molto più controllabili. Viviamo tra gli alloggi e gli ospedali, dentro i quali chiunque può entrare. Abbiamo e garantiamo la massima trasparenza”.

E quindi secondo te com’è andata esattamente la storia dei vostri arresti? “Il problema con questa domanda è che vengono fuori solo ipotesi, nessuna certezza. Più ci pensi e più cose possono essere successe. Ti dirò però due cose. La prima: io stavo lì solo da cinque mesi. Come è possibile pensare che un talebano si fidi di uno che sta in Afghanistan solo da cinque mesi? La seconda: l’Isaf avrebbe dovuto aprire un corridoio umanitario a partire da Marja. Dicevano di averlo fatto, ma noi abbiamo testimoniato che non è affatto andata così. E a fine giugno ci saranno operazioni simili a Kandahar. Eravamo un testimone scomodo”.

fonte: http://www.ilpost.it/2010/06/09/che-fai-coi-talebani-non-li-curi/

(foto di Franco Pagetti)

 

 

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