
Perché il cambiamento del clima importa all’India, e perché l’India importa nella lotta al cambiamento del clima. Non è uno scioglilingua: è un modo di guardare alla più grave crisi ecologico-politica globale del mondo d’oggi. L’India non è un paese scelto a caso. Nazione gigantesca (1,1 miliardi di abitanti), è una delle economie «emergenti» (insieme a Cina, Brasile, Sudafrica e Messico, i «plus 5»). È però anche parte del «Sud globale», un paese in via di sviluppo che rivendica, con tutta legittimità, di aumentare il suo consumo di energia per colmare il gas di povertà al suo interno. È il quinto produttore mondiale di emissioni di gas di serra – benché resti al 147esimo posto come produttore pro-capite e contribuisca meno del 5% delle emissioni globali. Insomma: l’India illustra come il problema del clima sia un problema di scelte di sviluppo. Ed è quello che ci spiega Praful Bidwai, giornalista, ricercatore sociale e attivista indiano. In «An India that can say yes», ricerca pubblicata dalla Fondazione Heinrich Boell (dicembre 2009, in corso di aggiornamento), Bidwai delinea una possibile «agenda di sviluppo responsabile verso il clima». Premessa: il cambiamento del clima «è una doppia ingiustizia», spiega, perché «la principale causa sta nelle emissioni di gas di serra accumulate storicamente dal Nord industrializzato. Ma la sua vittima principale solo le popolazioni vulnerabili del Sud globale», che risentono in modo maggiore gli effetti dell’innalzamento dei mari, della modifica dei regimi di piogge, alluvioni, siccità, uragani e tempeste costiere, con ripercussioni dirette su produzione alimentare, acqua, diffusione di malattie e così via. La questione del clima dunque rimanda ai due principi di efficacia ambientale ed equità sociale e dello sviluppo. Mentre invece sembra che il Nord si sia attestato sulla facile scorciatoia di comprare «carbon offsets» generati nel Sud, quote di emissioni di carbonio con cui compensare quelle prodotte in casa propria (un mercato che presto avrà i suoi derivati e «sub-prime»?). Ma così i paesi industrializzati vengono meno alle proprie responsabilità e, soprattutto, continuano a «ignorare il legame strutturale tra le crescenti emissioni e i modelli di crescita basati sul mercato, intrinsecamente insensibili alle questioni di sostenibilità ambientale e giustizia sociale», nota Bidwai. Quanto all’India come conciliare sviluppo equo e sostenibilità ambientale? Perché New Delhi insiste, in sede internazionale, che non rinuncerà a «sviluppo» e riduzione della povertà (quindi accetterà solo limiti volontari alle sue emissioni): e in termini di equità Nord-Sud, è ineccepibile. Il governo indiano ha elaborato un Piano d’azione nazionale sul clima con obiettivi molto seri su energia solare, efficienza energetica, habitat sostenibile, acqua, foreste, ecosistema dell’Himalaya, ricerca e «saperi strategici». Ma è un piano incompleto, incalza Bidwai. E sorvola sulla diseguaglianza interna: in India le emissioni procapite di un piccolo numero di ricchi sono dieci volte più alte di quelle della maggioranza povera, «l’élite si nasconde dietro i poveri per sottrarsi alle sue responsabilità». Allora una «agenda di sviluppo» deve dare priorità alle tecnologie a basso costo nelle energie alternative, investimenti in tecnologie a bassa intensità energetica nell’agricoltura e nell’industria, con soluzioni innovative e accessibili a tutti – il contrario, nota Bidwai, delle grandi dighe e miniere che tanti conflitti interni stanno causando. Una bella sfida.
17.05.2010 – Il Manifesto.it




























