
Sergio Rizzo, autore de “La Cricca”: c’è una commistione tra pubblico e privato che sfocia nel beneficio personale
Trenta aprile 1993: il Raphael. Le monetine in faccia a Craxi. Il gesto, il simbolo di un’epoca. Ora i senzacasa sotto casa di Scajola a gridare tutta la loro indignazione a mo’ di scherno. Diciassette anni, due momenti, due fasi, un minimo comun denominatore: lo schifo verso una classe politica. “E oggi è peggio di allora, la corruzione sembra aver invaso ogni lembo della società, a partire dalla politica” spiega Sergio Rizzo, inviato del Corriere della Sera, autore de La Cricca.
Eppure Calderoli ha proposto di ridurre il 5% degli stipendi…
Mi viene da ridere. Vogliamo fare due conti?
Prego…
L’indennita è di 150 mila euro. Per 960 parlamentari, viene fuori circa 7 milioni di euro. Briciole. Dovrebbero fare ben altro…
Tipo?
Quando è scoppiata la bolla, nel 2008, Zapatero ha ridotto del 15% il finanziamento pubblico ai partiti. Da noi il totale è 300 milioni di euro l’anno. Oppure, ancora meglio, il Pdl potrebbe rispettare il suo programma ed eliminare le Province: 17 miliardi di euro.
Quindi sette milioni non rappresentano neanche un inizio…
Ma per favore! Mi viene in mente la Sogei (Società di informatica del ministero dell´Economia): sa quanto è costato lo spoil system nel passaggio da Visco a Tremonti? Un-di-ci milioni di euro. Dico 11 tra buonuscite e nomine. Solo per togliere qualcuno e piazzarne altri.
Nel libro parla di “intreccio sfrontato”…
La vicenda di Balducci e di tutti gli altri, mette in evidenza che in Italia si è determinata una commistione indecente tra le funzioni pubbliche e quelle private, che sfocia poi nell’arricchimento personale. Purtroppo si ha la sensazione che questo torbido miscuglio pervada tutta la società.
Senza discontinuità…
Vede, se lì funzionava così, perché non dovrebbe essere lo stesso anche nelle periferie, nelle regioni, nelle province. Nelle altre amministrazioni pubbliche?
Magari non così ben organizzato…
Con Tangentopoli si è scoperto che una vicenda disorganizzata era il paradigma di un operare comune.
C’è anche un problema di humus, di terreno fertile…
Sì, dovuto all’allentamento di ogni freno inibitorio.
Quale, in particolare?
Chi occupa una funzione pubblica, si sente nella condizione di non dover rendere conto a nessuno.
Scajola è emblematico…
Esatto. Quando vai in tv a dire che non sai chi ti ha pagato la casa, vuol dire che tu consideri gli italiani dei deficienti. Questa è la vicenda che fa capire più di ogni altra cosa che questi signori vivono su Marte. E qui entra anche in gioco il rapporto con la magistratura.
Non idilliaco…
Perché si parte dall’assunto di un’azione manovrata dietro le iniziative dei pm. Si screditata in partenza.
Ai tempi di Tangentopoli si parlava di “mazzette”, ora troviamo più dei “benefit” strappati, come le ristrutturazioni…
Bisogna aspettare per capire chi è veramente implicato, nella lista dei 400 ci saranno anche delle situazioni legittime. Però la sensazione che provoca questa vicenda è molto inquietante: è come se, effettivamente, Tangentopoli avesse cambiato pelle. Una volta, quando venivano presi con le mani nel sacco raccontavano di rubare per il partito. Esattamente quello che disse Craxi in Parlamento: siamo tutti così.
Però è cambiata anche la classe politica: dai “professionisti” della Prima Repubblica, ai professionisti prestati alla politica…
Direi di no. Quando tutto questo afflusso di risorse dipende dagli appalti pubblici è la politica ad occuparsene. Poi le strade delle regalie sono le più varie e toccano settori forse, una volta, immuni. È proprio la molteplicità di queste figure a impressionare. Penso alla moglie del funzionario pubblico socia dell’imprenditore che ottiene l’appalto dal marito; o al cognato del capo del dipartimento che lavora per l’appalto che dipende dallo stesso capo del dipartimento. E ancora gli avvocati che vanno in Parlamento e presentano le leggi per i loro assistiti. C’è un clima fetido.
Del quale i cittadini sembrano accorgersi poco. O comunque meno rispetto a Tangentopoli.
Però il non voto è stata una reazione. E non c’è dubbio che dopo questa vicenda sarà ancora peggio. Ma il punto è sempre lo stesso…
Quale?
Noi ce la prendiamo con Berlusconi per il conflitto di interessi, ma in realtà questo è un paese nel quale i conflitti di interessi sono talmente tanti e ramificati che è proprio un problema di sistema.
E secondo lei Berlusconi non ha lavorato per “renderci tutti uguali”?
La cosa si può vedere da due punti di vista: o da quello del grande conflitto di interessi che ha sdoganato tutti gli altri; oppure, al contrario, questo grande conflitto di interessi esiste perché la politica italiana è sempre stata in fondo il luogo dove questi piccoli conflitti si espletavano. Nel libro faccio una ricostruzione di come è andata dal 1860 e viene fuori che mai si è voluto cambiare realmente le cose.
Quando, ad esempio?
Nel 1862 diedero la concessione delle strade ferrate per il sud a un senatore che era stato ministro, Piero Bastogi: scoppiò un casino risolto con una mozione di censura; o nel 1910 quando Turati cercò di proporre una legge sul conflitto ma gli fecero marameo.
Una legge secondo lei necessaria?
Chi fa il parlamentare deve fare solo il parlamentare. Negli Stati Uniti ci sono regole draconiane: i membri del Congresso non possono che fare quello e non possono avere più di 10 mila dollari di entrate supplementari. Soldi ottenuti solo da incarichi didattici o di questo tipo.
A ottobre a “il Fatto”, Luca Barbareschi ha dichiarato: non posso vivere con solo i 23 mila euro…
E mica glielo ha ordinato il dottore. Però, ribadisco, non è l’unico: come si può fare l’avvocato e il parlamentare?
Come Ghedini, presente solo al 25% delle votazioni?
Penso a tanti, non solo a lui. Ma il fatto delle presenze conta poco. Le faccio un esempio: ha senso che la riforma forense venga scritta da una commissione giustizia composta da 25 senatori di cui 14 avvocati? Questo è il vero cancro del paese dove ognuno può fare quello che vuole.
Torniamo al clima di Tangentopoli: allora i mezzi di informazione gareggiavano per scoprire i nuovi indagati. Ora la gara è a salvarli…
I giornali non rappresentano la realtà del paese in modo perfetto.
Allora parliamo di comunicazione in generale: è passato sul Tg1 il concetto di Mills assolto…
Quello non è giornalismo. Ma chi si ferma ai giornali non vede che una parte di questo mondo. La nuova realtà sono i vari blog, i social network. Lì l’indignazione è viva.
È preoccupato per la legge sulle intercettazioni per il rischio bavaglio sulla stampa?
Sì, perché con la scusa di tutelare la privacy di quelli che non c’entrano niente si crea uno schermo per quelli che c’entrano.
Da il Fatto Quotidiano



























