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di Lorenzo Baldo – 15 maggio 2010
Firenze.
“La storia italiana è stata contrassegnata da grandi lutti, con un potere criminale che aveva la possibilità di orientare la storia del nostro Paese”.

E’ l’amara constatazione del procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia venuto a Firenze lo scorso 13 maggio a presentare il libro di Salvo Palazzolo “I pezzi mancanti”.
L’incontro è stato organizzato dall’associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili (in collaborazione con la Regione Toscana) ed è stato moderato da ANTIMAFIADuemila.
“Noi siamo figli della stagione stragista ’92/’93 – rimarca Ingroia – possiamo affermare che c’è stata una trattativa alla quale hanno partecipato uomini di mafia e uomini di Stato. Non credo però che ne siano stati individuati tutti i responsabili”.
La gente ascolta senza fiatare anche quando il Pm palermitano illustra la sua valutazione sul teste chiave di queste nuove indagini sul patto mafia-Stato, Massimo Ciancimino. “Massimo Ciancimino – dice – ha dato un contributo per ricostruire le fasi della trattativa, mancano però i pezzi per ricostruirla tutta”.
Ingroia ricorda che solamente un anno fa aveva dichiarato di essersi sentito “davanti all’anticamera della verità” e che oggi indubbiamente “sono state aperte alcune porte, anche se rimangono alcune zone d’ombra”. Il magistrato siciliano analizza il fatto che a distanza di tanti anni escono fuori solo adesso testimoni eccellenti che hanno recuperato la memoria, mentre per i collaboratori di giustizia vige tuttora la regola ferrea dei 6 mesi a disposizione per verbalizzare quanto a loro conoscenza. “Dopo 18 anni dalle stragi – ribadisce il procuratore aggiunto di Palermo – mi chiedo per quale motivo debba essere ancora prevista dal nostro sistema una norma che impedisce al collaboratore di giustizia dopo 6 mesi di avere un ricordo”. “La storia ci dimostra che è successo a molti collaboratori di giustizia (soprattutto quelli della prima generazione) di ricordare alcune cose dopo molti anni”.
Il magistrato avanza poi due proposte da lui stesso definite “utopistiche”: “Un segnale importante di apertura sarebbe quello di riformare la legge sui collaboratori di giustizia consentendo loro una sorta di moratoria del divieto di parlare entro 6 mesi per dire tutta la verità. La seconda proposta, altrettanto utopistica, è che si rinunci alla stretta sulle intercettazioni telefoniche e ambientali”. “Questo disegno di legge introduttivo – sottolinea Ingroia – è un altro segnale politico in controtendenza, è un segnale che va contro la verità e contro la giustizia, contro la magistratura e contro la possibilità di aprire nuovi spiragli per la giustizia”.
Il procuratore ripete che “basterebbero quindi due segnali politici chiari e inequivocabili: proporre una riforma della norma sui collaboratori di giustizia per incentivare i collaboratori a dire tutta la verità sulle stragi e ritirare il disegno di legge sulle intercettazioni per dimostrare che non si ha paura di questi strumenti nelle mani della magistratura ne tanto meno della verità”. Per Ingroia questo sarebbe il modo “per dimostrare di volere tutta la verità, in modo unitario, sarebbe la dimostrazione di un Paese che lo vuole davvero”.
i-pezzi-mancanti-home.jpg La realtà dei fatti riporta poi il procuratore aggiunto di Palermo a considerazioni meno ottimistiche: “La mia sensazione – prosegue il magistrato –  è che una parte consistente della classe dirigente del nostro Paese quella verità non la voglia perché è una verità ingombrante. E se c’è una classe dirigente che non vuole questa verità, quella parte dell’Italia che invece la vuole deve fare sentire la propria voce”.
Tra quella parte di Italia che pretende verità e giustizia c’è l’associazione tra i familiari delle vittime di via dei Georgofili. Giovanna Maggiani Chelli è l’instancabile portavoce dell’associazione. Nella strage del 27 maggio ’93, oltre ai quattro componenti della famiglia Nencioni (morti sotto le macerie dell’accademia), sua figlia Francesca è rimasta gravemente lesionata e il fidanzato di quest’ultima, Dario Capolicchio, è morto bruciato.
“I pezzi mancanti elencati in questo libro – esordisce la Chelli – noi li cerchiamo da 17 anni. E temiamo di doverli cercare ancora per molto, forse per sempre, perchè abbiamo timore di non trovarli mai”. La sete di giustizia di questa donna è pari alla sua rabbia quando si scontra con i tanti “muri di gomma” innalzati da uno Stato che non vuole processare se stesso. Giovanna rilegge la lettera inviata a Ingroia nel 2006 e successivamente ripresa da quest’ultimo durante il processo per la mancata perquisizione del covo di Riina. “La perquisizione tempestiva del nascondiglio di Riina – chiede ancora la Chelli – avrebbe potuto evitare le stragi del 1993? Oggi i nostri parenti sarebbero ancora vivi?”. Un interrogativo che pende ancora come una spada di Damocle.
Le ombre dei mandanti esterni alle stragi tornano nelle parole del pentito Giuseppe Ferro, ex boss mafioso di Alcamo (TP), che durante un’udienza al processo per le stragi del ’93 aveva dichiarato: “a noi della mafia quelle stragi non interessavano”. La Chelli insiste sul punto rileggendo le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Giovan Battista Ferrante, che a suo tempo aveva riportato ciò che Totò Riina aveva detto a Matteo Messina Denaro sui “massoni che volevano queste stragi”.
Dal canto suo l’avvocato Danilo Ammannato, legale di parte civile nei processi per le stragi del ’93, ripercorre le tappe della trattativa partendo dal ruolo di Vito Ciancimino nella cattura di Totò Riina, fino ad arrivare a Marcello dell’Utri indicato da Massimo Ciancimino come il possibile “prosecutore” del patto scellerato tra Stato e mafia. Pur non essendo ottimista, Ammannato auspica che le nuove indagini sui mandanti esterni nelle stragi del ’93 possano giungere a dibattimento prima di scomparire in ennesime archiviazioni. “Questa è un’esigenza storica – afferma con forza il legale fiorentino – pretendiamo che le responsabilità di coloro che si sono macchiati di simili crimini siano acclarate a livello giudiziario e soprattutto a livello storico!”.
A chiudere l’incontro è l’autore del libro, il cronista palermitano Salvo Palazzolo. Il collega di Repubblica riconosce “la sensazione di angoscia che attraversa il libro in quanto manca la speranza”. Nella sua ricostruzione dei fatti, Palazzolo inquadra quella “struttura di potere che ha agito nel nostro Paese in maniera scientifica” prima, durante e dopo i cosiddetti omicidi eccellenti. L’autore del libro ribadisce la pericolosità di delegare unicamente la magistratura e le forze dell’ordine alla difesa della democrazia e sottolinea il ruolo fondamentale della società civile.
Palazzolo chiede l’apertura degli archivi degli 007 per contribuire a fare luce sui troppi misteri che sovrastano il nostro Paese. “Il tentativo di questo libro – spiega infine l’autore – è quello di vincere questa angoscia, organizzare la speranza, per unire i fili di tutti questi pezzi mancanti”. “Il sangue delle vittime è sangue che ancora scorre – ricorda amaramente il cronista – fino a quando non avremo verità le vittime continueranno a morire”.
Ed è nel solco di questa voglia di riscatto che Giovanna Chelli ricorda l’appuntamento per la mattina del 26 maggio nella sede della Regione Toscana per il convegno su giustizia, informazione e lotta alla mafia, mentre la sera in Piazza Signoria la Messa in Requiem di Verdi che secondo la Chelli servirà “a esorcizzare la morte delle indagini”. Una provocazione. Che fa riflettere.

Info: ipezzimancanti.itstrageviadeigeorgofili.org

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