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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

In un articolo di Eric Dupin sulla Francia, Le Monde diplomatique – uscirà con il manifesto giovedì 15 aprile – parla di un paese diviso in due. A fianco di una Francia ben conosciuta che galleggia sulla crisi, c’è un’altra metà «invisibile». È
quella di lavoratori, pensionati, disoccupati, di uomini e donne che non contano niente e che nessuno rappresenta. In Italia la situazione è simile, forse peggiore.
Il bello dell’Italia è che ormai, dopo le recenti elezioni, non c’è più neppure un velo di ipocrisia. I cinquemila industriali riuniti a Parma per il forum «Libertà e benessere: l’Italia al futuro», contornati dai loro cortigiani, di giornali, televisioni, università; da assistenti e segretarie, da politici e sindacalisti, finanzieri e banchieri, hanno svolto la loro proposta di riforma istituzionale.
Dopo tanto tergiversare, dopo lunghe discussioni e perdite di tempo su come incrinare il rapporto di lavoro a tempo indeterminato, mettendo in gioco partite Iva, lavori a Cococo, referendum contro l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ora c’è l’occasione di restaurare la selezione naturale, quella che nel capitalismo italiano mancava dai primi anni quaranta del secolo scorso. Oggi,
con l’arrivo di Berlusconi, sarà un’apoteosi.
La selezione naturale nella visione vincente dovrebbe assicurare la tenuta del sistema industriale lasciando ai margini artigiani e piccolissimi imprenditori, negozi a gestione familiare, liberi professionisti. Tutti costoro rallentano la ripresa del tasso di profitto: sono scorie inutili. A Parma si è lasciato che qualcuno di loro prendesse la parola, dentro il forum o fuori, in segno di solidarietà imprenditoriale; come se tra Colaninno, Tronchetti Provera, Marchionne e un imprenditore varesino non più in grado di pagare gli stipendi
a dieci o venti dipendenti ci fosse qualche legame, al di là di una sterile ideologia di classe. Ma il governo nazionale, presente in forze per onorare
il nuovo patto confindustriale non ha niente da offrire all’impresa minore e a centinaia di migliaia di lavoratori che ne sono espulsi. Una buona parola e una promessa di ricorrere al capitalismo compassionevole: un ruolo che ormai il ministro Tremonti interpreta da par suo.
Tra gli operai dell’Eni di Porto Torres, intervistati l’altra sera ad Anno zero all’Asinara, c’era un tipo che raccontava dei suoi 15 anni di lavoro in fabbrica; da straniero era rimasto senza lavoro e senza permesso di soggiorno. Era insieme emigrato, operaio, disoccupato. Parlava un italiano perfetto, era uno di noi, dovremmo dirgli grazie e chiedergli scusa. E soprattutto trovargli un altro
lavoro. L’Eni potrebbe rispondere di essere tenuto a una logica da multinazionale. Tutti sanno però che finché era «pubblico», contava ben di più nel mondo multinazionale e non metteva gli operai in condizione di «occupare» un’isola per difendere il posto di lavoro.
Della metà del nostro paese rimasta senza rappresentanza, una buona parte ha scelto di non votare a fine marzo per segnare il proprio distacco – il distacco di ciascuno – dalle istituzioni politiche. Rimane forte la solidarietà tra gli esclusi e rimangono forme di resistenza esemplare.
Le manifestazioni della libertà di stampa, del No B day, dell’acqua bene comune, quella di Libera a Milano, le carriole entrate a L’Aquila per toglier le macerie del terremoto, sono occasioni per stare insieme, per guardare il futuro. Per dire, insieme, che occorre organizzarsi: la sconfitta non dura mai in eterno.

Il Manifesto.it

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