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tutti i giorni 4 nuove pagine di articoli presi dai media e dalla rete, opinioni di redazione e approfondimenti





 

gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

E’ terra, è acqua, è democrazia. Sono i beni comuni, quell’insieme di diritti naturali e essenziali, che compongono il nostro quotidiano. Qualcosa che hanno già capito le grandi aziende multiutility: «Gestiamo l’essenziale della vita», recita, non a caso, lo slogan della francese Suez. Sabato i beni comuni avevano duecentomila volti, differenti tra loro, ma con storie e lotte che riproducevano l’intero paese. In prima fila il grande popolo dell’acqua pubblica, raccolto dietro la sigla del Forum nazionale, che da quattro anni ha iniziato una rivoluzione silenziosa ma terribilmente efficace. E poi, a seguire, le tantissime vertenze sull’ambiente, sui territori divenuti terre di conquista per le ecomafie, sui veleni industriali e sociali che stanno intaccando il quotidiano, la stessa aria da respirare e la stessa acqua da bere.
Comitati contro le discariche della Campania, i No Tav scesi dalla Val di Susa, i gruppi nati intorno alla lotta contro la base Dal Molin, i comitati calabresi con ancora negli occhi le manifestazioni contro la costruzione del ponte e per la verità sulle navi dei veleni. Storie che si incrociavano, mentre il corteo scendeva – imponente – lunga via Cavour, entrando nei Fori imperiali, sfiorando il  Campidoglio, dove la giunta Alemanno sta preparando l’atto finale della storia centenaria di Acea, affidandola definitivamente ai privati.
E’ festa, è entusiasmo ed è voglia di riprendersi la vita. Gli slogan cercano di riprodurre in qualche modo questo strano mondo del movimento dei beni comuni. «Terra vuol dire democrazia», grida un gruppo che vuole unirsi idealmente alla lotta dei palestinesi, poi non così lontana dal movimento per l’acqua pubblica. O ancora «più società e meno spa», tanto per far capire quale sia l’alternativa alla gestione privata dell’acqua, dei rifiuti, del quotidiano. La
questione, da queste parti, è chiara e semplice: non possono essere i consigli di amministrazione a gestire i nostri territori. Si deve ritornare ai consigli comunali e poi alla gestione partecipata, ricordava ieri Marco Bersani del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Ed è questo il percorso di quattro anni che è sfociato nella manifestazione romana. Lo ricorda Patrizia, dell’Abruzzo social
forum: «Il consiglio comunale de L’Aquila ha votato tre mesi fa la dichiarazione dell’acqua come bene senza rilevanza economica». Ovvero un passaggio che sottrae – simbolicamente e politicamente – le risorse idriche dal decreto Ronchi, la legge che consegna la gestione dell’acqua alle multinazionali.
Il corteo era aperto da un unico striscione del Forum, seguito immediatamente dai gonfaloni dei comuni. Perché è dai consigli comunali, da quella parte di istituzioni più vicine al quotidiano e ai beni comuni, che sta ripartendo nel paese la vera resistenza alle privatizzazioni, ai veri interessi della destra al governo. Sono duecento cinquanta i comuni che già hanno cambiato lo statuto, inserendo il principio della non rilevanza economica dell’acqua. Comuni come quello di Napoli, in prima fila nella manifes-t-azione di ieri. O come quello di Bassiano, mille e seicento abitanti e una resistenza strenua contro Acqualatina, che si è presa gli acquedotti usando commissari di governo, per vincere con la
forza la resistenza dei sindaco e dei consiglieri. O ancora, come quello di Lanuvio, paesino della provincia di Roma, dove l’acqua da tre anni è gestita da Acea.
L’altra parte del vasto movimento sono i lavoratori. I dipendenti di Hera – il gestore multiutility emiliano, da poco quotato in borsa – hanno ben chiaro qual è l’impatto della privatizzazione anche per chi lavora nelle spa. «Da quando siamo diventati a tutti gli effetti una società privata – racconta un delegato di Hera – c’è stata una riduzione del personale del 30%, con l’esternalizzazione di molti servizi operativi». Come quello, poco redditizio per i privati, della gestione dei depuratori nella zona appenninica. Gestioni che incidono direttamente sulla qualità della vita delle comunità locali, che ora si trovano davanti bollette stratosferiche per poter garantire il profitto dove prima esisteva il servizio pubblico. «E noi lavoratori sappiamo – continuano i dipendenti di Hera – che ora è peggiorata la qualità del servizio per gli utenti». Qualità che nella gestione
dell’acqua e dei rifiuti ha un impatto diretto sulla vita.
Enti locali, cittadini e lavoratori, tre pezzi di un movimento intenso, che riesce a tenere da parte – senza escluderli però – i partiti della sinistra. Questo era il volto del corteo dei duecentomila militanti per i beni comuni, che ha messo in prima fila il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, lasciando in coda i pezzi dei partiti politici. C’era Sel, c’era Rifondazione, Sinistra critica, i Verdi di
Bonelli, l’Italia dei valori e altre sigle della sinistra. Non da protagonisti per una volta, lasciando il ruolo di primo piano alle centinaia di comitati locali. E anche le sigle storiche e nazionali dell’ambientalismo – come il Wwf e Legambiente – pur facendo parte a pieno titolo del Forum, hanno accompagnato il corteo con una presenza in secondo piano. «Vedi quello che ci unisce al movimento dell’acqua -
spiega Giovanni del comitato contro la discarica di Caiano e Marano, in Campania – sono persone come Alex Zanotelli, che sul territorio ci fanno conoscere, ci mettono in contatto». Una rete diffusa, che si è presentata a Roma, con tutta la sua forza.
E forse anche per questo, anche per questa differenza che spiazza, i media mainstream hanno quasi ignorato il lungo corteo, puntando le telecamere solo su Berlusconi. «A noi non ci paga nessuno», dicevano tantissimi cartelli portati dal popolo dell’acqua. L’unico riferimento, pieno di orgoglio, all’altra manifestazione. Pochi, pochissimi erano gli slogan verso Berlusconi, molto meglio, per chi difende i beni comuni, proporre l’altro mondo possibile. E chissà forse proprio questa piazza ha decretato la fine inesorabile del cavaliere.
Andrea Palladino – Il Manifesto.it – 21.03.2010

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