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Pdl, «piazza dell'amore»: insulti e slogan fascistie Berlusconi celebra la «religione della libertà»Alzi Alzi la mano chi ha mai visto un governo praticamente al completo, condito dal sindaco della Capitale, aprire un corteo con uno striscione del genere: «L’amore vince sempre sull’odio». Eppure sabato pomeriggio è andata così, al Circo Massimo: Alfano, la Russa, Prestigiacomo, Brunetta (seminascosto dallo striscione), il finiano Ronchi, Scajola, la Brambilla in tacco spericolato nonostante i sampietrini. E poi naturalmente lei, la candidata Renata, l’unica giustificata a fare un po’ di teatro visto che domenica si gioca il futuro politico, anche se ormai berlusconizzata oltre ogni limite. Eccolo lo striscione, la scena che dà il tono a una giornata politicamente surreale, una manifestazione certamente imponente ma priva di un contenuto politico che non fosse la beatificazione del Capo indiscusso, e la chiamata a raccolta dei colonnelli.

Un corteo con i big separati dal “popolo” da un imponente servizio d’ordine che crea un cordone di pettorine gialle e blu, in mezzo ci sono le bande che suonano e un camion che manda la musica che un tempo fu della sinistra: Ligabue, Jovanotti, Battisti, persino Rino Gaetano. È lui, il Capo indiscusso, che ha voluto la prova di piazza, per rovesciare l’insofferenza degli elettori per il pasticcio delle liste. E loro, almeno quelli arrivati a Roma, sembrano avergli perdonato tutto, anche se quando San Silvio dal palco di piazza San Giovanni giura che «i nostri dirigenti non hanno nessuna colpa, l’ho verificato personalmente», la piazza è freddina, ascolta in silenzio e poi intona «Meno male che Silvio c’è», ma insomma il panino di Milioni se lo ricordano tutti e c’è poco da fare. La piazza però al culto del Capo ci crede eccome, «Sei più grande di Giulio Cesare» recitano i cartelli, e poi c’è lo striscione che la dice lunga: «Noi con Berlusconi, voi con i magistrati». Come dire: ci hai convinto, i nemici sono due, i comunisti e i giudici, ci fidiamo.

Il Capo dal palco tuona contro le intercettazioni, invoca per tre volte «gli italiani che vogliono restare liberi», e non si capisce se si rivolge agli inquisiti o se pensa, come pensa, che agitare il fantasma di una libertà minacciata dai comunisti faccia ancora presa tra i suoi fans. «Comunisti? Ci avete rotto i coglioni», recita uno striscione eloquente. E ancora, cartelli contro «Santoro mafioso» e finte insegne stradali «Via Santoro da Rai Due». E, sempre alla faccia dell’odio e dell’amore, quando in via Labicana la folla vede ai balconi di un paio di palazzi dei vessilli viola, si scatena: medi innalzati, cori di «buffoni», mentre lo speaker dal camioncino del “Cuore azzurro” urla: «Alzate i tricolori, il popolo viola ci guarda e rosica…». Poco prima si era dilungato come un capo- comparse: «C’è la diretta tv, innalziamo il tricolore, se no in tv non viene bene, facciamo vedere delle belle signore, e facciamo sventolare i nostri cuori…». Accanto a lui, sul camioncino, l’Alessandra Mussolini in maglietta tricolore che firma bandiere e cappellini.

Il corteo è un immenso fiume di pezzetti: Comuni, regioni, quartieri, tutti a dire “io ci sono”, «Guidonia urla libertà», «Viterbo con Silvio» «VIII municipio Forza Silvio», «vince sempre chi più crede».Ma impazzano soprattutto i candidati che si sono portati la claque che innalza i vessilli, «Angelo Santori», «XIII municipio Ostia con Davide Bardoni». Ognun per sè, insomma, dalle signore con ancora qualche refolo di pelliccia addosso (una c’ha un cartello: «Anch’io sono vittima della giustizia») ai ragazzotti di “Roma Nord” che intonano «Camicia nera», e inneggiano al manganello. Un corteo “balcanizzato”, perfetta sintesi del Pdl, tenuto insieme solo dal culto del Capo. Culto non sembra coinvolgere più di tanto il signor Annibale Tritoni, leghista dell’appennino modenese, l’unico col vessillo del Carroccio, che dice: «Siamo alleati e sosteniamo il presidente, ma sulle liste hanno fatto una stupidata, Bossi non avrebbe mai fatto un errore del genere…».

L’Umberto però non è mancato all’appello del Berlusconi day: arriva sul palco, Silvio lo fa intrufolare dentro il suo comizio che diventa per alcuni minuti una cosa a due, pacche, aneddoti, amicizia ribadita. «Io e Silvio siamo diventati amici quando lui in Europa si è rifiutato di firmare quella roba della famiglia trasversale…». E Silvio, 23 milioni e rotti di reddito l’anno scorso, sfida il ridicolo: «Umberto è uno come noi, del popolo, lontano dai salotti chic». E Il Senatur lancia un’altra delle sue frasi a doppia lama: «Io sono uno dei pochi che a Berlusconi non gli mai chiesto un aiuto o una lira…». E poi via in coppia a vantarsi all’unisono di «aver fermato l’immigrazione clandestina», «la sinistra vuole far votare gli immigrati perché i lavoratori italiani non li votano più», dice il leader leghista e il premier si inerpica: «Volevano sostituire i voti dei lavoratori con quelli del proletariato esterno».

Finito il comizio, un’ora scarsa di auto elogi conditi dalla surreale affermazione «Sconfiggeremo anche il cancro», arriva l’ultimo siparietto, con i 13 candidati governatori che Silvio raccomanda alla piazza con il consumato stile da piazzista: «La Fiammetta Modena (Umbria, ndr) è avvocato in uno studio molto conosciuto», «Caldoro è magico e trasparente», «Roberto Cota lo amo in una maniera straordinaria…», «Scopelliti lo vedete è stato giocatore di pallacanestro», «Monica Faenzi (Toscana) tosta, tostissima, diede del filo da torcere a Prodi», «Sandro Biasotti (Liguria) è un lavoratore straordinario». E Formigoni? «C’è un certo Roberto, lo conoscete?», ironizza il Capo. Tutti vicenti, giura Berlusconi, tranne il pugliese Rocco Palese, «la sua è una battaglia difficile, ma andrò a dargli una mano…». Dulcis in fundo, la Renata Polverini, star di un corteo che strapazza la Bonino e la coccola assai («Droga, aborto, eutanasia: Emma Bonino vattene via», tanto per stare sul filone dell’amore). La Polverini, si diceva, che Silvio racconta così: «Ha perso il padre a due anni, ha fatto lavori umilissimi, poi la centralinista, poi il capoufficio, e poi su, su…». Tutti insieme sul palco, Silvio e i governatori, in fondo Formigoni con lo sguardo stralunato e la bandiera del Pdl in mano che sventola come un metronomo, a leggere in coro il giuramento, il «patto per l’Italia», la liturgia preparata dal “presidente- Pontefice”, che invita i suoi fans a essere «missionari di verità» e annuncia:«Realizzeremo la religione della libertà».

«Di fronte a questo popolo prendiamo il solenne impegno a rispettare tutti i punti del patto per l’Italia», recitano i candidati-governatori che, alla faccia del federalismo, mentre Bossi vaga per il palco alzando il pugno al cielo, si impegnano a realizzare un programma comune fatto di piano casa, meno leggi, dimezzamento delle liste di attesa per la sanità e «messa a dimora di 100 milioni di alberi». «Il nostro cuore è capace di contenervi tutti», chiude Silvio rivolto alla piazza in adorazione, dopo averli intrattenuti con una sfilza di domande tipo liturgia del battesimo, “Rinunci a Satana?” “Credi in Gesù Cristo?”.

La versione di San Silvio è solo leggermente modificata. «Volete il ritorno di una sinistra che rimetterà l’Ici? Di una sinistra che tasserà anche le case più piccole? Che imporrebbe uno stato di polizia tributaria? Che vi spierebbe anche in casa con le intercettazioni?». «Noooo», grida la folla. «Vedo che avete studiato bene la lezione» si compiace il Capo. Che li incalza: «Volete il buon governo del Pdl nelle regioni?». (Un sì timidino, tanto che a Silvio tocca rifare la domanda), «Volete dimezzare le liste di attesa per la sanità?», «Volete poter aprire un’impresa in un giorno?», «Volete più piste ciclabili?». «Ci prendiamo la scena non contro qualcuno», aveva esordito il premier, immerso nell’amore per il suo popolo accorso numeroso.

Dopo pochi istanti è subito precipitato nell’insulto all’«opposizione che non è seria, non ha senso dello Stato», la sinistra che con i «giudici politicizzati» inventa inchieste come quella di Trani, fa bloccare le liste Pdl e via dicendo. Resta in mente di questa giornata l’Alemanno infervorato che annuncia l’arrivo del Capo con toni messianici, Demo Morselli che intrattiene la piazza con un repertorio da «I Will Survive» a Loredana Bertè, La Russa che lo ringrazia «Grazie a Denis Morselli», scambiato evidentemente per il collega Verdini. E lo sguardo triste della finiana Flavia Perina, che guarda la piazza da sotto il palco e capisce che sì, anche stavolta Gianfranco dovrà attendere. «Siamo un milione», grida Verdini dal palco, tra una canzone e l’altra. Non è vero (la questura dice 150mila), ma la base ama sempre uno solo, San Silvio. E per oggi, forse, al premier può bastare.

L’unità – 20.03.2010

20 marzo 2010
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