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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

Ragazzini, che i carabinieri starebbero per identificare, e un’ideologia strisciante di estrema destra che si sta facendo strada tra i casermoni del quartiere romano della Magliana. Potrebbe esserci questo dietro al raid che domenica sera ha mandato all’ospedale quattro persone originarie del Bangladesh, e che ha distrutto il bar «Brothers», uno dei punti di ritrovo della comunità del Bangladesh, nonché uno dei pochi punti di luce di via Murlo, stradina laterale dove alle sei di sera (la stessa ora in cui c’è stato l’attacco) non c’è neanche un lampione acceso.
Sono entrati in quindici, forse venti. Tutti maschi, alcuni molto giovani, altri più grandi. Un particolare importante: a volto scoperto. Che significa impunità, copertura del quartiere. O forse solo sfrontatezza malriposta, perché tanta tracotanza potrebbe aver accorciato il mistero: i carabinieri sono già sulle loro tracce, per tutta la giornata e nella notte si sono susseguiti gli interrogatori.
D’altronde, davanti al bar «Brothers», con i vetri spaccati e ancora le tracce di sangue sul pavimento, una cosa sembrava chiara: erano in molti a sapere chi fosse stato. Forse non proprio nome e cognome, ma i gruppetti che perseguitano gli immigrati sono noti a tutti. Tra di loro si chiamano «la commitiva», forse anche con tre «m». Sostano in una piazzetta del quartiere, si spostano in motorino, hanno tra i 15 e i 20 anni e ce l’hanno con i neri.  «Ragazzini, ragazzini cresciuti male. Non sanno che fare e se la prendono con noi», vale un’analisi sociologica l’osservazione di Huddin, anche lui due mesi fa vittima di un’aggressione a tarda sera, quando tornava da lavoro: si sono fermati due ragazzi in motorino, gli hanno chiesto una sigaretta, «non fumo» la risposta «e perché non fumi?», poi la richiesta di soldi. E alla fine gli spintoni, con qualche epiteto razzista e la frase di rito: «Tornatene a casa tua».
Di racconti così ce ne sono a decine. Ma chi siano i ragazzini che si divertono a farla pagare agli immigrati – e in particolare i bangladeshi, proprio perché sono tranquilli e non reagiscono facilmente alle provocazioni – li conoscono benissimo anche «gli italiani» (le virgolette sono d’obbligo, visto che diversi immigrati qui hanno la cittadinanza, compreso il titolare del Brothers). Ieri in parecchi sostavano a via Murlo, avevano voglia di dire la loro e soprattutto di difendere
l’immagine della Magliana: «Finitela con questa storia del razzismo, questo è un posto tranquillo». La solidarietà verso chi è stato ferito c’è a parole («certo, così non si fa»), ma più forte è il fastidio per il degrado che si respira in quella strada: «Qui di sera non si può passare. Qualcuno evidentemente non ce l’ha fatta più e alla fine ha reagito», dice una signora con la busta della spesa, che stabilisce una sottilissima e velenosissima linea di demarcazione: «Non è un attacco razzista, tutt’al più è una punizione». In molti approvano: certo, una punizione, il quartiere prima o poi reagisce. E sul bar di via Murlo, più d’uno dice: «Li avevano avvertiti».
Si narra, ma è tutto da verificare, che le cose siano andate più o meno così. Prima una lite tra alcuni quindicenni e alcuni ragazzi del Bangladesh (ma nessuo a via Murlo ricorda screzi), i quali sarebbero quindi andati a chiamare «quelli più grandi» in un bar della zona, notoriamente frequentato da gente di destra e con qualche precedente penale, che avrebbe colto la palla al balzo per  «difendere» i ragazzini italiani. Il raggruppamento sarebbe avvenuto in una strada adiacente a via Murlo, anche se le telecamere della vicina banca non hanno ripreso nulla.
Di certo c’è soltanto che chi ha spaccato i vetri e il locale di Mohammed Masum
Miam lo ha fatto con paletti trovati per strada e gambe di tavolini. Secondo il comandante dei carabinieri Alessandro Casarsa è un elemento che ne connota la non premeditazione: «Sono oggetti facilmente reperibili e non riconoscibili come armi». Altro elemento che viene preso in considerazione è che, prima di andarsene, i cavalieri senza macchia che vogliono ripulire il quartiere si sono intascati circa duecento euro trovati in cassa. Se ci sia una matrice politica è tutto da verificare. Fa pensare, però, che proprio la sera prima le vie del quartiere si siano riempite di scritte che recitano: «Il quartiere cambia, Magliana nera».
Ma la Magliana non è fatta soltanto dei ragazzini della «commitiva» che vivono
la strada e che cercano il brivido compiendo la bravata di turno. E’ anche un quartiere con un tessuto associativo che proprio in questi anni sta rinascendo,
con una storia di lotte popolari, e dove – lasciando stare la storia, che ricordano in pochi – di giorno è pieno di famiglie e bambini, nei negozi si confondono famiglie italiane e straniere come nelle scuole. Solo che passate le nove è il deserto dei tartari. In una zona che ospita circa 20 mila persone  non c’è un cinema, non c’è un teatro, non c’è – neanche di giorno – un luogo di aggregazione giovanile. I ragazzini si ritrovano nelle pizzerie al taglio e nelle sale giochi il pomeriggio, e la sera al bar – quei pochi che rimangono aperti. Chi, tra gli adulti, sia italiani che stranieri vuole farsi una bevuta pesante va a via Murlo dove c’è un alimentari gestito sempre da bangladeshi che vende vino a pochi euro.
E’ questo vuoto sociale che mettono sotto accusa i ragazzi di «Insensinversi». Da un paio di anni hanno aperto una scuola di italiano per stranieri, sono riusciti a creare un buon dialogo con moltissime persone, vogliono avviare un progetto più ampio che cerchi di intercettare proprio i ragazzini della Magliana per coinvolgerli in attività interculturali «ma chi fa un lavoro di questo tipo – racconta Simone Sestieri – non viene facilitato, tutt’altro». C’entra la politica nell’attacco dell’altra sera? «Questo non lo sappiamo, di certo un progetto politico di estrema destra sta prendendo piede in questa zona e sicuramente tra questi ragazzini che non hanno niente da fare tutto il giorno si trova una manovalanza pronta a riconoscersi in ideologie di quel tipo. Ma ci si può lavorare, e fermare questo declino, basta volerlo»
Il Manifesto.it – 17.03.2010
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