di Arianna Di Genova – Il Manifesto.it
Il 25 marzo prossimo, l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, fondato nel 1939 da Cesare Brandi, potrebbe non avere più una casa, e l’ufficiale giudiziario, a partire da quel giorno, potrà decidere se apporre i sigilli e chiudere per sempre i locali dietro san Pietro in Vincoli, seppellendo un patrimonio inestimabile e mandando in malora quei laboratori scientifici che hanno formato generazioni di restauratori. Considerando che le attività della scuola sono ferme da diversi anni in attesa della equiparazione ai diplomi universitari, c’è il rischio reale che in Italia l’Istituto si eclissi per sempre. E che Giotto, Michelangelo, Caravaggio, Mantegna, i Bronzi di Riace, deperiscano in pace, fra lo sconcerto mondiale.
Per sventare questa follia dovuta ad anni di noncuranza da parte delle nostre amministrazioni (già nell’86 si parlava di una soluzione del problema «spazio» per la celebre scuola e invece si è arrivati allo sfratto esecutivo) si è formato un Comitato a sostegno dell’Istituto. Fra i promotori, figurano le università di Roma e la Tuscia, le associazioni Brandi, Bianchi Bandinelli, il Comitato per la bellezza, Italia Nostra, uniti nel rivolgere un allarmato appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – molti gli enti e gli studiosi stranieri che hanno firmato – e pronti a svolgere una funzione di osservatorio permanente sui futuri scenari che riguarderanno questo organismo di eccellenza italiana. Eppure, solo pochi giorni fa, il ministero per i beni culturali aveva diramato un comunicato trionfante che annunciava la risoluzione dell’antico “nodo”. Accordo con i sindacati, recitava la nota: trovati gli spazi al San Michele, l’Istituto potrà traslocare presto.
“Non riusciamo a condividere questi toni tronfalistici” – spiega con amarezza Giuseppe Basile, storico dell’arte cresciuto a Palermo con Brandi, trentennale funzionario dell’Iscr e oggi presidente dell’associazione che porta il nome del suo maestro. “La questione resta pericolosamente aperta. I locali che il ministro Bondi dichiara assegnati all’Istituto sono gli stessi del 1985. È una lunga e paradossale storia. Per quel corpo sul Lungotevere del san Michele, le carceri femminili, il fronte su Porta Portese e il carcere maschile, già furono stanziati i fondi europei Fio per un valore di trentacinque miliardi di vecchie lire. I lavori di ristrutturazione però vennero appaltati all’Italstat Bonifica, praticamente in regime di monopolio. Quando l’impresa venne travolta dagli scandali delle tangenti e i suoi dirigenti arrestati, tutto rimase sospeso. Intanto erano spariti ventotto miliardi. L’Europa non elargì mai la seconda tranche di finanziamento e, oltretutto, quel poco che era stato realizzato, era stato realizzato male. I vari corpi erano stati consolidati senza giunti elastici. Conseguenza: gli edifici sul Lungotevere si affossarono, portando con sé anche altri parti. Quindi, il complesso è ancora inagibile, il carcere, in realtà, è da restaurare (gli interventi successivi hanno solo tentato di bloccare l’ulteriore degrado). Con tutta la buona volontà, visti i precedenti e la situazione, a queste assegnazioni non si può dare fiducia…”.
Per sventare questa follia dovuta ad anni di noncuranza da parte delle nostre amministrazioni (già nell’86 si parlava di una soluzione del problema «spazio» per la celebre scuola e invece si è arrivati allo sfratto esecutivo) si è formato un Comitato a sostegno dell’Istituto. Fra i promotori, figurano le università di Roma e la Tuscia, le associazioni Brandi, Bianchi Bandinelli, il Comitato per la bellezza, Italia Nostra, uniti nel rivolgere un allarmato appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – molti gli enti e gli studiosi stranieri che hanno firmato – e pronti a svolgere una funzione di osservatorio permanente sui futuri scenari che riguarderanno questo organismo di eccellenza italiana. Eppure, solo pochi giorni fa, il ministero per i beni culturali aveva diramato un comunicato trionfante che annunciava la risoluzione dell’antico “nodo”. Accordo con i sindacati, recitava la nota: trovati gli spazi al San Michele, l’Istituto potrà traslocare presto.
“Non riusciamo a condividere questi toni tronfalistici” – spiega con amarezza Giuseppe Basile, storico dell’arte cresciuto a Palermo con Brandi, trentennale funzionario dell’Iscr e oggi presidente dell’associazione che porta il nome del suo maestro. “La questione resta pericolosamente aperta. I locali che il ministro Bondi dichiara assegnati all’Istituto sono gli stessi del 1985. È una lunga e paradossale storia. Per quel corpo sul Lungotevere del san Michele, le carceri femminili, il fronte su Porta Portese e il carcere maschile, già furono stanziati i fondi europei Fio per un valore di trentacinque miliardi di vecchie lire. I lavori di ristrutturazione però vennero appaltati all’Italstat Bonifica, praticamente in regime di monopolio. Quando l’impresa venne travolta dagli scandali delle tangenti e i suoi dirigenti arrestati, tutto rimase sospeso. Intanto erano spariti ventotto miliardi. L’Europa non elargì mai la seconda tranche di finanziamento e, oltretutto, quel poco che era stato realizzato, era stato realizzato male. I vari corpi erano stati consolidati senza giunti elastici. Conseguenza: gli edifici sul Lungotevere si affossarono, portando con sé anche altri parti. Quindi, il complesso è ancora inagibile, il carcere, in realtà, è da restaurare (gli interventi successivi hanno solo tentato di bloccare l’ulteriore degrado). Con tutta la buona volontà, visti i precedenti e la situazione, a queste assegnazioni non si può dare fiducia…”.
Esiste una soluzione che possa salvare la prestigiosa storia dell’Istituto per il restauro?
Per quanto riguarda l’imminenza dello sfratto, il ministero per i beni culturali dovrebbe chiedere per vie legali un rinvio. Si poteva trattare con i frati proprietari, ma non si è fatto. Ora è tardi per qualsiasi tentativo. Perché siamo giunti a questo punto? Servirebbe una proroga per arrivare almeno al 2011, subordinata naturalmente al fatto che gli altri ambienti vengano nel frattempo resi idonei per l’Istituto e i suoi laboratori.
Cosa accade se l’ufficiale giudiziario appone i sigilli ai locali?
I sigilli comporterebbero un disastro, il blocco totale dei quattro grandi laboratori scientifici che sono all’avanguardia nel mondo. Le nostre apparecchiature non sono trasportabili. Il loro montaggio e rimontaggio è improponibile. Ogni laboratorio, inoltre, comporta un impianto fisso e un ambiente particolare. Al loro interno, vengono trattati materiali tossici e ci sono sistemi speciali di aspirazione per i solventi nocivi che vengono utilizzati. Mettere a norma dei locali per ospitare questi laboratori ha un costo elevatissimo, non si possono trapiantare altrove senza precauzioni o coti elevati. Abbiamo apparecchiature per i raggi X e Gamma. Per questi ultimi, la legge impone dei bunker, locali in cemento armato foderati di piombo. Si possono costruire al san Michele dall’oggi al domani? A suo tempo, proprio negli spazi del ministero, furono impediti i raggi Gamma sul Marc’Aurelio perché non esisteva una camera stagna. Una volta traslocato in altri locali, l’Istituto non potrebbe più lavorare con i suoi «gabinetti» chimici e biologici. Né con la camera a gas contro gli attacchi di parassiti nel caso di materiali cartacei o supporti di legno. I laboratori non sono attività optional del restauro o della didattica. Fu questa l’idea geniale di Cesare Brandi, unire l’attività scientifica con l’insegnamento, far procedere insieme esperienza sul campo e teoria. L’Istituto è un tutt’uno che non si può parcellizzare.
I sigilli comporterebbero un disastro, il blocco totale dei quattro grandi laboratori scientifici che sono all’avanguardia nel mondo. Le nostre apparecchiature non sono trasportabili. Il loro montaggio e rimontaggio è improponibile. Ogni laboratorio, inoltre, comporta un impianto fisso e un ambiente particolare. Al loro interno, vengono trattati materiali tossici e ci sono sistemi speciali di aspirazione per i solventi nocivi che vengono utilizzati. Mettere a norma dei locali per ospitare questi laboratori ha un costo elevatissimo, non si possono trapiantare altrove senza precauzioni o coti elevati. Abbiamo apparecchiature per i raggi X e Gamma. Per questi ultimi, la legge impone dei bunker, locali in cemento armato foderati di piombo. Si possono costruire al san Michele dall’oggi al domani? A suo tempo, proprio negli spazi del ministero, furono impediti i raggi Gamma sul Marc’Aurelio perché non esisteva una camera stagna. Una volta traslocato in altri locali, l’Istituto non potrebbe più lavorare con i suoi «gabinetti» chimici e biologici. Né con la camera a gas contro gli attacchi di parassiti nel caso di materiali cartacei o supporti di legno. I laboratori non sono attività optional del restauro o della didattica. Fu questa l’idea geniale di Cesare Brandi, unire l’attività scientifica con l’insegnamento, far procedere insieme esperienza sul campo e teoria. L’Istituto è un tutt’uno che non si può parcellizzare.
Un trasloco frettoloso aprirebbe anche un altro fronte di difficile gestione: l’archivio fotografico…
Da due anni e mezzo, si sta procedendo all’acquisizione digitale del materiale fotografico, un archivio unico al mondo, nato fin dal 1939. Brandi documentava tutto, anche gli esami preliminari per un restauro, i raggi X, le indagini chimiche, biologiche. È la memoria di un patrimonio italiano e mondiale. In sei mesi si potrebbe terminare l’operazione. Se venisse smantellata adesso la sala dell’archivio, il lavoro fatto risulterebbe mutilato.
Oltretutto, l’Istituto dovrebbe essere messo in condizione di riprendere i suoi corsi didattici…
In questi ultimi anni, la scuola è stata ferma, in attesa di essere equiparata alla università (perché c’è voluto tanto tempo prezioso?). Per poter indire un nuovo bando di concorso e accogliere gli studenti è necessario essere certi della propria destinazione e avere i locali adatti.
Sta forse insinuando che potrebbe non riaprire?
Ho fondati sospetti che si miri a questo. Nel 2007 si tentò di unificare i quattro istituti di restauro (fra cui l’Opificio pietre dure e l’Istituto di patologia del libro) sotto la denominazione comune «Iscr». Insorsero per primi i dipendenti dell’Opificio, rivendicando la loro autonomia e radicamento al territorio toscano, poi fu la volta degli altri. Rimase solo la sigla, nessuna risorsa e solo una gran perdita di immagine. Non è stato questo un modo per indebolire i soggetti in questione?
La verità è che l’Istituto viene speso come carta vincente all’estero quando serve e viene finanziato se politicamente conviene. Siamo andati in Iraq e Afghanistan così come in Kosovo quando c’era la guerra, sotto le bombe. Ma cosa è stato dato in cambio? Siamo considerati i «caschi blu» della cultura, ma non ci è stato garantito il minimo per la sopravvivenza: sotto sfratto esecutivo, senza i locali idonei né le risorse, e manca il personale. A chi va in pensione, come me, non si permette neanche di trasmettere alle nuove generazioni l’esperienza vissuta. L’Istituto viene usato per gli annunci a effetto, come quello del restauro della Grande Muraglia cinese (seimila chilometri a costo zero!) o della Città Proibita (ridottosi poi solo alla Sala del Trono perché non c’erano soldi). Cosa penso? Penso male: in un paese in cui le leggi vengono aggirate, un Istituto come il nostro, garante di un sistema di regole, è un punto di riferimento che dà fastidio. Fra poco vedremo intorno a noi solo macerie…
A proposito di macerie, cosa è accaduto all’Aquila, dopo il terremoto?
Come associazione Brandi, ci siamo offerti per lavorare all’Aquila. Avevamo dalla nostra la grande esperienza di Assisi. Lì era stato accettato il contributo dei volontari, non erano stati cacciati via. Semplicemente, un restauratore esperto guidava la loro raccolta e scelta dei frammenti… Per l’Aquila, ho chiesto anche di pagare personalmente le spese, compresa l’assicurazione sulla vita. Il vicecommissario Marchetti mi ha dato la possibilità di occuparmi di san Silvestro. Poi, tutto è finito nel nulla. L’Istituto per il restauro è stato chiamato soltanto in un secondo tempo, per monitorare le opere «ricoverate» a Celano. Ma se nel primo intervento di recupero si era sbagliato qualcosa, come porre rimedio dopo?





























