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gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

Zvi Schuldiner

Passi indietro sulla porta dell’inferno

La settimana scorsa il senatore John Kerry, lunedì l’inviato Usa George Mitchell, ora il vicepresidente Joe Biden. Dopo mesi di paralisi seguiti al drammatico discorso del presidente Barack Obama al Cairo, sembra che il processo di pace in Medio Oriente torni all’ordine del giorno. Anche se 19 anni dopo la conferenza di Madrid, e quasi 17 dall’avvio del processo di Oslo, con tutte le pressioni degli Stati uniti, tutto quello che israeliani e palestinesi hanno accettato è di avviare una serie di negoziati indiretti. È difficile valutare l’obiettivo reale della visita di Biden in Israele. Tolto il dialogo israelo-palestinese, la questione davvero esplosiva è quella che riguarda l’Iran e i presunti sforzi del presidente Ahmadi Nejad per procurarsi una bomba atomica.
Biden arriva subito dopo la visita del comandante delle forze armate Usa. L’obiettivo di entrambi sembra chiaro: frenare un possibile attacco israeliano al reattore iraniano. La questione iraniana è un incubo regionale. Mentre la politica estera israeliana si è fondata su una costante esasperazione del pericolo di un Iran atomico, per la regione tutta Ahmadi Nejad è un pericolo perché appoggia elementi radicali islamici che combattono regimi arabi. Un possibile attacco israeliano non solo non risolverebbe la questione atomica, ma scatenerebbe reazioni tali da trasformare l’intero Medio oriente in un inferno.
I dirigenti israeliani continuano a giocare sulla politica della paura. Quando il presidente iraniano ripete le tiritere sull’inesistenza dell’olocausto o sulla necessità di cancellare Israele dalla carta geografica, non fa che alimentare le fiamme che Netanyahu e i suoi alleati vogliono tenere vive. La visita di Ahmadi Nejad a Damasco, l’incontro con il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con i leader di Hamas, rafforzano l’immagine di un costante pericolo per Israele.
Gli Usa però non vengono solo per frenare Israele sull’Iran. Sanno, come la maggioranza dei leader arabi – inclusa la Siria – che la questione palestinese è la chiave per la calma e la stabilità e temono che la politica israeliana provochi invece una nuova deflagrazione. Il governo di Netanyahu si dichiara favorevole alla soluzione dei «due stati» ma molti credono, con buona ragione, che questo sia solo un artificio retorico. Il governo israeliano dichiara il congelamento delle nuove costruzioni nei Territori occupati, ma manda avanti tutti i progetti di colonie, trasformando Gerusalemme nel punto caldo che provocherà la nuova esplosione. Il sindaco di Gerusalemme e i suoi alleati sono dei veri piromani, il suo razzismo si traduce in un aperto attacco alla presenza palestinese nella città. Perfino Netanyahu, sotto forte pressione americana, ha insistito perché sindaco evitasse di pubblicare un nuovo piano cittadino il cui elemento chiave era la distruzione di case palestinesi nel villaggio di Silwan, nella parte est (palestinese) di Gerusalemme.
Il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas deve aver preso troppo sul serio la retorica americana e ha rifiutato negoziati diretti con gli israeliani. Facendo così un gran favore a Netanyahu, che ha fatto la figura di quello che voleva il dialogo. Questo può confondere gli osservatori sprovveduti, ma non può nascondere il vero problema: i palestinesi sono divisi e la relativa tranquillità in Cisgiordania, o un certo miglioramento economico, non possono essere la base di un reale cambiamento.
Ora la pressione di vari leader arabi ha portato Abbas ad accettare negoziati indiretti. I colloqui indiretti sono un enorme passo indietro, e non possono occultare gli elementi di fondo del conflitto israelo-palestinese. La divisione – inimicizia, quasi odio – interna ai palestinesi permette al governo israeliano di proseguire con una politica tutt’altro che pacifica. Dietro la retorica di Netanyahu sui «due stati» si nasconde una costante espansione, la continua repressione nei Territori occupati, Gerusalemme inclusa, e il brutale accerchiamento nella grande prigione a cielo aperto che è oggi la Striscia di Gaza. Parole, cosmetica, formule vaghe non possono preludere a una soluzione reale. Forse è ora che Israele, e l’Europa, si rendano conto della reale dimensione del conflitto e delle sue potenziali, sanguinose implicazioni.
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