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tutti i giorni 4 nuove pagine di articoli presi dai media e dalla rete, opinioni di redazione e approfondimenti





 

gli articoli con la foto accanto al titolo sono completamente originali dei nostri collaboratori

Dodici giorni a dormire nelle celle dell’ex carcere di massima sicurezza di Cala d’Oliva, su un’isola battuta da un grecale che penetra sin nelle ossa. Per niente? Forse no. Gli operai della Vinyls, naufraghi volontari sull’Asinara, qualche risultato cominciano a vederlo. Si sono svegliati i media nazionali Hanno un loro profilo su Facebook, dove i contatti sono arrivati rapidamente a 26 mila. L’idea di usare Facebook per aiutare quelli della Vinyls l’ha avuta Michele Azzu, uno studente di musica che vive a Londra, figlio di uno dei naufraghi. Si è cominciato con il giro più stretto delle conoscenze e delle amicizie e ora è una valanga di messaggi. E bisognerà fermarsi un attimo a riflettere sulla supplenza che i meccanismi, anche strumentalmente distorti, della comunicazione di massa svolgono rispetto alle tradizionali forme della mobilitazione sindacale. Basta vedere che cos’hanno fatto quelli dell’Alcoa, che per accendere i riflettori sulla loro lotta hanno fatto lo spogliarello in piazza San Marco al carnevale di Venezia.
Se ci parli, con gli operai della Vinyls asserragliati all’Asinara, te lo dicono chiaramente che cosa sta succedendo. E lo scrivono nel blog su Facebook: «I sindacati nazionali dei chimici ci hanno mollati. Ci chiamano un po’ tutti: giornali, tv, amici. Nessuna chiamata dal sindacato nazionale. Saranno offesi per le cose che abbiamo detto di loro. È vergognoso che non abbiano nemmeno provato a contattarci. Che sindacato è quello nazionale dei chimici se non si confronta con la base? Perché i burocrati non vengono sostituiti da veri sindacalisti? Perché lasciare soli non solo noi, ma anche le strutture provinciali dei chimici?».
Il riferimento è all’accordo firmato lo scorso ottobre dai vertici nazionali dei sindacati confederali con l’Eni. Un’intesa che, secondo i naufraghi dell’Asinara, dà mano libera all’Eni per realizzare il suo vero obiettivo: abbandonare il ciclo del cloro in Italia, a Porto Torres ma anche in Veneto. E in Sardegna investire nei mega depositi di combustibile che l’azienda vorrebbe costruire a poche miglia dagli alberghi e dai villaggi turistici di Stintino e a un tiro di schioppo dal parco naturalistico dell’Asinara. Ci sono gli arabi della Ramco (Qatar) che vorrebbero comprare la Vinyls, ma chiedono che l’Eni fornisca loro le materie prime per la produzione del pvc (etilene e dicloretano) a prezzi scontati. L’Eni tergiversa e il rischio è che l’attuale amministrazione controllata, con conseguente cassa integrazione per tutti i 120 dipendenti, si trasformi in una chiusura definitiva.
Il mercato esiste per il pvc. Ramco vuole acquistare perché sa che da Porto Torres può ricavare profitti. Chiede garanzie sul costo della materie prime che è una società controllata Eni, la Polimeri Europa, a fornire. «È possibile – dicono Pietro Marongiu e Tino Tellini, portavoce dei naufraghi – che il governo non possa fare pressione sull’Eni, che per il 30% ha capitale pubblico, perché dica sì agli arabi?».
Sulla stessa linea è la Cgil di Sassari, che in una nota dai toni molto duri diffusa ieri apre un fronte di conflitto con i vertici romani. «I dirigenti nazionali della categoria dei chimici – si legge nel documento – sono calati in Sardegna il 19 ottobre scorso per firmare una sciagurata intesa con Eni, un accordo porcheria contro il parere della Cgil territoriale e dei lavoratori in lotta. Un accordo firmato dagli stessi fantasmi che agli operai, della Vinyls giunti a un gesto estremo per tenere accesa la speranza, in questi giorni non hanno fatto una telefonata». La nota, approvata al congresso provinciale della Cgil del 4 e 5 marzo, tiene insieme tutte le diverse anime che si confrontano in vista del congresso nazionale.
Alla luce di quanto accaduto alla Vinyls, l’assise provinciale ha approvato una proposta di modifica degli statuti nazionale e regionale della Cgil. «Una proposta – si legge nella nota – che mette chi lavora al centro delle decisioni, in nome della democrazia: nel caso in cui un referendum tra i lavoratori bocci un’intesa o una piattaforma firmata da un dirigente dell’organizzazione, questi deve ritirare immediatamente la sua firma. Se, decorsi 15 giorni, il dirigente sconfessato non avesse provveduto al ritiro, sarebbe da considerarsi immediatamente decaduto da tutti gli incarichi nella Cgil».

Il Manifesto.it 10 marzo 2010

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