Cambio di rotta, perché il braccio di ferro non paga e fa perdere voti. «Avanti con la campagna elettorale, lasciamo i ricorsi agli avvocati, di rinvio del voto nel Lazio riparliamone se il Consiglio di Stato ci darà ragione…». Dietro-front obbligato del premier, ieri, visto il flop di un decreto dal quale prende le distanze perfino Formigoni. «Avevamo chiesto che non venisse emanato», rivela da Milano il presidente ricandidato della Lombardia, quando il Tar lo rimette formalmente in corsa “a prescindere” dal salva-liste voluto da Berlusconi.
Unica notizia positiva, questa, nella giornata nera di un Cavaliere infuriato con i suoi avvocati che hanno “messo le mani nel testo”, con il Quirinale che ha stoppato il provvedimento iniziale, con i pdl del Lazio (da Alemanno in poi) che non gliel’hanno “raccontata giusta”, con il Csm che lo censura violando «i principi dell’ordinamento democratico», con l’ostruzionismo parlamentare dell’opposizione, con la bocciatura della Lista Pdl a Roma. Voltare subito pagina, allora, “avanti con la campagna elettorale”. Preoccupato dell’effetto buco nell’acqua delle prove muscolari, e dei sondaggi che fotografano il calo di fiducia dell’elettorato pidiellino per gli effetti del caos liste, Berlusconi ricorre alla piazza e annuncia che si rivolgerà direttamente “agli italiani”. Dietro front, quindi. Anche sul rinvio del voto che circolava come ipotesi accreditata nei palazzi del centrodestra romano. Renata Polverini, uscendo ieri pomeriggio dal vertice con il premier, Alemanno, Bondi, La Russa e Verdini, assicurava che di slittamento delle elezioni non ne aveva sentito mai parlare.
In realtà l’impraticabilità, prima di tutto politica, della tentazione di Berlusconi era apparsa evidente, per via del muro di “no” opposto dal Pd di Bersani, del fuoco e fiamme minacciato da Di Pietro, delle perplessità filtrate dal Colle, dello sbarramento opposto dalle regioni dove il pdl è già in campagna elettorale e che temevano il danno d’immagine che si sarebbe ripercorso dal Lazio su di loro. Per non parlare dei leghisti che, incassato il ritorno in campo di Formigoni in Lombardia, non avevano alcuna voglia di farsi trascinare in una contesa a oltranza per sanare i “pasticci” romani. “Non si è mai esaminata la possibilità di un rinvio nelle 13 regioni”, facevano sapere ieri sera da Palazzo Chigi. «Se il Consiglio di Stato riammettesse la lista del Pdl – chiariva il ministro Rotondi – sarebbe scontato che il voto nel Lazio verrebbe rinviato per garantire i trenta giorni di campagna elettorale previsti per legge».
Se ne riparlerà a momento debito, comunque, perché non si può continuare con andazzo che “non porta voti”. Berlusconi ritiene perdente concentrare ancora l’attenzione sui ricorsi e contro ricorsi che “bloccano il partito”. Tornare “subito a fare politica tra la gente”, invece. Ai “fuochi d’artificio” promessi dal premier nel tentativo di ribaltare il 4 a 9 dei sondaggi a favore della sinistra nelle regioni che vanno alle urne. Giocare tutto sull’“opposizione liberticida che vuole vincere a tavolino impedendo il voto agli italiani” e sulla magistratura “formalista e burocratica” che getta “i cavilli delle regole” tra le ruote del convoglio azzurro del Cavaliere. “Dirò io com’è andata”, c’è un “sopruso violento” di chi cerca di “escludere milioni di elettori”, è ora di scendere in piazza per difendere il “diritto di voto e la democrazia”, tuona Berlusconi davanti ai coordinatori Pdl, annunciando per i prossimi giorni conferenze stampa al vetriolo, manifestazioni nel Lazio pro Polverini, un maxi raduno nazionale per il 20 marzo, la battaglia del “bene contro il male”.
Il Cavaliere va all’attacco per nascondere la confusione e i contrasti al veleno del suo partito, convinto che “alzando i toni” darà il meglio per allontanare l’immagine di una leadership impantanata nei giochi di partito. «La nostra gente non ha capito questo pasticcio – spiega – dobbiamo cambiare musica”. La campagna elettorale come anticamera di un nuovo “predellino”? Il Cavaliere, intanto, vuole riconquistare la scena, il resto si vedrà dopo le elezioni. Tregua elettorale con Fini, quindi, malgrado “Gianfranco” abbia “le sue responsabilità” per ciò che è accaduto a Roma.
I conti, però, si faranno dopo. La Polverini, per il momento, punta ad avere al fianco i due cofondatori Pdl, magari nella stessa manifestazione. Gli ambasciatori sono al lavoro per organizzare un incontro privato e iniziative comuni. Ma il premier, per il momento, pensa soprattutto a rilanciare nel campo elettorale della sinistra le colpe dei “pasticci” del suo partito. Così detta la linea ai suoi: «loro vogliono vincere con le carte bollate – spiega – noi dobbiamo far vedere cosa ha fatto il governo, i nostri fatti contro le loro parole».
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