
di Nicla Vassallo - L’Unità 08 marzo 2010 -
Sebbene abusi e soprusi perpetuati nei confronti delle donne, in ogni secolo e angolo del pianeta, non si debbano esclusamente a corpi/menti maschili, i femminismi germogliano, in fondo, per contrastarli e rivendicare i femminili. Autodeterminazioni nelle sfere delle sessualità e degli amori, libere espressioni emancipate di sé, autonomie e professionalità reali delle donne, nelle donne, per le donne non si rivelano se non del tutto affrancate da quella concezione stolta, in cui privilegi individuali e effettivi, ragioni, progressi, poteri, sul piano pubblico e privato, meriterebbero prevalenti interpreti e letture maschili, come se gli uomini possedessero una sorta di diritto divino (il riferimento al «divino» si deve a Mary Wollstonecraft). La concezione stolta, ancor oggi vigente, ci giunge sempre fuor di misura esaltata nel glorificare il ruolo delle donne entro gli ambiti delle famiglie, come se le buone mogli e/o le buone madri non dovessero disporre (per esempio) di menti per esercitare con dignità e competenze alcun altro ruolo. Per di più, se donne e uomini dispongano effettivamente delle medesime capacità raziocinative non è cosa da decidersi a tavolino: possibilmente incontaminate da distorsioni sessiste, le ricerche empiriche riusciranno a chiarire la questione, senza trascurare, tuttavia, di indagare le cause per cui alcuni uomini risultano più intelligenti di alcune donne, mentre alcune donne risultano più intelligenti di alcuni uomini. E se, in luogo di donne e uomini, ci si riferisse unicamente a individui, a cui in questa esistenza è capitato un sesso piuttosto che un altro?
Quali i fattori in gioco? Non risulta banale per le ricerche empiriche verificare e valutare l’intreccio tra fattori culturali, economici, genetici, innati, psicologici, politici, sociali, e via dicendo. Sul tutto, tra l’altro, aleggia la consistenza della psicoanalisi, del complesso di Edipo ed Elettra, un’ambivalenza di desideri sessuali, anche traumatici, in cui il fallo maschile finisce tradizionalmente col sovrastare. Certo è che più di un episodio di cronaca (rosa e/o nera) attesta che fallo e raziocino non procedono a braccetto, né sempre, né necessariamente: su vecchie e nuove faccende decade un qualche fallo, spesso coniugato al decadere di una qualche vagina soggiogata dal potere. La storia si evolve o involve, mentre i femminismi fluttuano qui e là, costretti oggi a confrontarsi con donne che prediligono (liberamente?) alcolismo, anoressia/bulimia, burqa, chirurgia estetica, fecondazioni assistite a «colpi» d’ormoni, prostituzioni, donne che minimizzano le botte psicologiche e/o fisiche dei propri partner (maschili e/o femminili), donne ignare delle proprie preferenze sessuali, o che fingono di conoscerle.
I femminismi fluttuano tra teoria e pratica, tra accademia e politica, tra filosofia e ricerca scientifica, nel tentativo di proporre spiegazioni di fenomeni brutali, frivoli, mondani. Volente o nolente, occorre continuare a valutare desideri, differenze, embodiment, identità, oppressioni, partecipazioni, rappresentanze, responsabilità, sessualità, grazie a letture a-ideologiche per comprendere le diverse fogge filosofiche femministe. In Understanding Feminism (Acumen, Stocksfield 2009, pp. 199, £ 14.99) due autorevoli studiose australiane, Peta Bowden e Jane Mummery, oltre ad arricchire la riflessione evidenziando tutta la problematicità e gli impatti dei femminismi, scannerizzano l’immaginario socio-culturale che conduce alcuni/e ad accettare, altri/e a rifiutare ogni femminismo, zoticamente o strumentalmente, nel tacciarlo di vittimismo.
Femminismi versus post-femmismo? Vittimismo versus potere? Da quando si è trasformato in modaiolo non si fa altro che insistere sul «post», nel suo significato latino, non su quello inglese di «posta», «palo», «posto», eccetera, per quanto il post-modernismo risulti assai «postato» e «impalato». In fondo rimango all’antica e tra gli emblemi «popular» del passato post-femminismo mi sovviene indistintamente alla mente solo Bridget Jones; ora non saprei, mi recepisco parecchio persa e perduta, pur sospettando che la scelta non manchi. Ma se al «popular» sostituisco la cultura, mi accorgo che sul post-femminismo occorre argomentare, se non altro perché non risulta semplice caratterizzarlo, come mostrano egregiamente Stéphanie Genz e Benjamin Brabon in Postfeminism: Cultural Texts and Theories (Edinburgh University Press, Edinburgh 2009, pp. 199, £ 16.99): si tratta di un nuovo tradizionalismo?; ad affascinare è la «raunch culture»?; il «post» cavalca o scavalca ogni precedente conquista e riflessione?; se Bridget Jones è poco rappresentativa, «post» sarebbero Vita Sackville-West e Annemarie Schwarzenbach, purtroppo sconosciute ai più?
Ammesso che il post-femminismo riesca a rappresentare una frontiera, di ciò è bene essere edotti, specie nel ritrovarsi in luoghi (culturali, fisici, politici, sessuali) in cui il consacrato «post» costituisce una scelta di convenienza, non di convinzione, in cui le opposizioni si mescolano a eccessive contraddizioni, al fine di esercitare un tipo di imperialismo mediatico, declinato al maschile, con evidenti ripercussioni politico-economiche. Forse pure per questo al post-maschilismo si accenna raramente. A cento anni esatti dalla seconda conferenza internazionale dei partiti socialisti che a Copenhagen ha visto la partecipazione di un numero congruo di donne, continuo a guardare all’8 marzo con titubanza, tra aspirazioni a festeggiare arcaiche conquiste e necessità di fronteggiare le decadenze immorali cui troppi corpi/menti femminili (nonché maschili) vengono costretti, tra perplessità su una giornata in cui il consumismo ha spesso la meglio, ed esortazioni a rispettare le sensibili individualità raziocinanti delle donne (aggiungo, degli uomini) ogni giorno dell’anno – non solo l’8 marzo. Tuttavia l’8 marzo rimane una data-simbolo, in cui avversare platealmente le macchiette e il loro utilizzo del maschile/femminile.



























