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La Gazzetta del Mezzogiorno.it | Il muro della cultura per cacciare gli immigrati.

di Carlo Bollino

Mentre scuole e università italiane scendono sempre più giù nelle classifiche europee di qualità e il ministro Gelmini riduce orari di lezione e numero di insegnanti, il governo introduce l’istruzione come requisito da imporre agli immigrati per ottenere il rinnovo del permesso di soggior no. Non per accedere alle nostre università, si badi bene, ma per continuare a lavorare nei campi, per fare le badanti, per scaricare cassette di frutta ai mercati generali, per pascolare le mandrie e dar da mangiare a polli e maiali negli sterminati allevamenti del nord-est. Lavori che noi italiani, ritenendoci ormai troppo colti, ci rifiutiamo sdegnosamente di fare. Superata l’età dell’obbligo scolastico quella della lettura e del sapere dovrebbe restare in una normale democrazia una strada eventuale, da percorrersi quindi per libera scelta e mai per imposizione di legge.

E così è infatti per ogni cittadino comunitario. Non lo è invece (o rischia di non esserlo più) per gli extracomunitari, dai quali si pretende da ora in poi un percorso di erudizione coercitivo a prescindere da età, livello di istruzione, storie e sogni personali. In risposta ai disordini di Rosarno, e all’intolleranza razziale esplosa in quella «caccia al negro» poi riuscita giacchè tutti sono stati effettivamente cacciati, il ministero dell’Interno ha annunciato l’introduzione di nuove regole (più restrittive) per concedere alla scadenza dei primi due anni il rinnovo del permesso di soggiorno.

Lo hanno chiamato «permesso di soggiorno a punti», proprio come la patente: solo che per gli stranieri non vale la buona condotta e il rispetto delle regole, individuati come criteri per valutare un automobilista, ma conta la preparazione personale. Esattamente come accade per i voti sulla pag ella. Dopo i primi 24 mesi, spesso faticosamente trascorsi guadagnando 20 euro al giorno e dormendo sfiniti in luridi casolari, gli extracomunitari ospitati in Italia dovranno sostenere un esame presso lo Sportello unico per l’immigrazione. E qui – pena l’espulsione – dovranno dimostrare di aver studiato. Inflessibili funzionari di polizia li potranno interrogare sui «principi fondamentali della Costituzione», oppure su «organizzazione e funzionamento delle istituzioni pubbliche italiane». Dovranno cioè rispondere su argomenti spesso (purtroppo) ignoti non solo ad una moltitudine di massaie e di impiegati italiani, ma persino a numerosi laureati, come ad esempio quello che interrogato all’esame per diventare giornalista professionista (quindi mica per andare a lavorare nei campi) risponde senza imbarazzo che «i fondatori di Roma furono Remolo e Romo». Mentre un suo collega candidato agli esami di magistratura sostiene che «la revisione della carta costituzionale prevede l’approvazione della revisione dai due lati del Parlamento».

Se a rispondere fossero stati due nigeriani sarebbero stati espulsi. Per gli immigrati le materie di esame non finiscono qui. Potranno infatti essere interrogati pure sul funzionamento del sistema sanitario nazionale, delle scuola e dei servizi sociali, sulle regole del lavoro (paradossale per chi è costretto a lavorare in nero) e sugli obblighi fiscali in vigore in Italia. Materia certamente nota ai loro datori di lavoro che soprattutto in agricoltura (dove quegli stessi extracomunitari vengono più spesso impiegati) ne sono – si fa per dire – rigorosi custodi. Gli esami «per restare» dovranno essere svolti in perfetto italiano giacché la conoscenza della lingua sarà poi, fra tutti i requisiti, il primo da rispettare.

In appena 24 mesi un contadino del Ghana o del Marocco dovrà insomma imparare l’italiano, pretesa tanto più paradossale per un Paese come il nostro nel quale la conoscenza della lingua inglese (non del cordofaniano sudanese) riguarda appena il 15 per cento della popolazione, mentre l’uso di un terzo idioma è privilegio di appena il 3 per cento. La nuova procedura potrebbe entrare in vigore entro due mesi. L’obiettivo, spiegano i suoi ideatori, «è testare la reale volontà di integrazione dello straniero». La cultura diventa per legge discrimine sociale. E così quando un extracomunitario verrà espulso pur senza aver commesso alcun reato, per difenderci dall’accusa di razzismo non servirà inventarsi mille altri alibi: basterà spiegare che era ignorante. carlo.bollino@gazzettamezzogiorno.it

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